Io più che Dio. Il “vangelo” dell’ex don Alberto Ravagnani

 
 

“Il prete che avvicina i giovani al cattolicesimo”, “il prete che parla il linguaggio dei giovani”, “il prete che dà un nuovo volto alla Chiesa Romana”. Beh, non più. Don Alberto Ravagnani ha lasciato il sacerdozio. 


Se si è un minimo avvezzi al mondo dei social, probabilmente questo nome non suonerà nuovo. Il giovane prete cattolico, infatti, negli ultimi cinque anni si è affermato come volto social e giovanile del cattolicesimo italiano. Grazie alla sua presenza su Instagram, YouTube e TikTok, ha raccolto centinaia di migliaia di follower, attirando molta attenzione dentro e fuori la Chiesa cattolica.


La dismissione dell’abito talare da parte sua non è stata un evento passato in sordina e la notizia è rimbalzata sui vari canali di informazione e non pochi sono stati i commenti, le riflessioni e post rispetto alla notizia. 


Il giovane sacerdote ha spiegato che le ragioni sono complesse, rimandando alla video intervista, reperibile sul canale YouTube PoretCast di Giacomo Poretti (comico e componente del trio Aldo, Giovanni e Giacomo), per un approfondimento. Anche le sue dimissioni, quindi, sono avvenute in perfetto stile social e come una mossa geniale di marketing che ha fatto impennare le prevendite del suo libro “La scelta”.


Questo ha fatto indignare non poche persone. Cattoliche e non. Anche perché non è la prima volta che il giovane prete si muove con scaltrezza nel mondo social usandone le logiche di marketing. Rimbalzando da un podcast all’altro, sponsorizzando integratori per sportivi, nell’ultimo periodo la sua missione di avvicinare i giovani alla chiesa, sembrava infatti aver perso il suo focus originario.


Ravagnani, classe 1993, cresciuto in una famiglia non religiosa, ha raccontato di aver incontrato Dio negli anni del liceo e, di essersi sentito da lì, pieno di senso e di direzione tanto da aver voluto consacrare la sua giovane vita al sacerdozio. Entrato in seminario diciottenne, la sua identità, ancora in formazione, è stata completamente plasmata dal “sistema” cattolico e che la persona di Alberto si è persa dietro la figura istituzionale di Don Ravagnani. Sembra questo il nucleo centrale della sua insofferenza sfociata poi nelle dimissioni. 


Intanto, in questi anni di sacerdozio, il giovane prete, che aveva deciso di investire tutto sulla comunicazione, ha radunato migliaia di giovani, non solo come follower, ma anche fisicamente nei suoi ritiri e negli incontri che organizzava nella sua parrocchia milanese. E infatti, se pur con qualche mal di pancia, le sue “stranezze” da prete-social erano state sin qui tollerate. 


Molti hanno intravisto la ricetta del suo successo nella vicinanza anagrafica ai giovani, al parlare il loro linguaggio e allo stare nei loro luoghi fisici e virtuali. Non sono pochi quelli che pensano che, in fondo, se preso con più serietà, il suo modello potrebbe essere replicabile per avvicinare i giovani alla fede. 


A ben vedere però i video girati negli anni da Ravagnani e l’ultima intervista rilasciata a Poretti, disvelano tutto il suo universo di credenze e convinzioni che suggeriscono che il suo successo deriva dall’aver proclamato, in questi anni, un messaggio che non fa altro che confermare la cultura e l’universo di senso delle nuove generazioni. Il problema di Don Alberto non era il sacerdozio, ma il suo “vangelo”.


La fede annunciata da Don Alberto è una fede che serve ad esaltare la tua identità, che è importante perché da senso alla tua individualità. È una fede immanente perché la si può trovare nelle cose buone e belle della vita. È una fede che dà la libertà di essere chi si è e che parte dall’umanità di Gesù. Ravagnani insiste sul cercare dentro di sé la verità e il buono e di seguire l’esempio di Gesù nel donarsi agli altri, senza necessariamente fare riferimento alla morte espiatoria di Cristo, come Figlio di Dio, a causa dei nostri peccati. 


Il peccato non è mai presentato come una frattura radicale nel rapporto con Dio, né come una condizione che richieda la grazia esterna alla persona. Al contrario, la salvezza sembra coincidere con un processo di presa di coscienza, di autenticità e di riconciliazione con sé stessi.


Insomma, il “vangelo” predicato dal giovane prete è lontano dal Vangelo biblico, e, a onor del vero, si allontana anche dal solco della tradizione “romana” del cattolicesimo, per innestarsi completamente nel sentiero della spiritualità contemporanea che la “cattolicità” di Roma accarezza. Le dimissioni di Ravagnani non sembrano essere in rottura con il suo messaggio, ma confermano le convinzioni del suo “vangelo”: se per ritrovare il mio vero io, c’è bisogno di dismettere le vesti da sacerdote, allora è plausibile, giustificabile, encomiabile. 


Don Alberto ha usato un linguaggio semplice e pseudo-biblico. In questo modo ha raccolto follower e adesioni perché confermava, senza sfidare nel profondo, le convinzioni dei più i giovani (ma non solo) e il loro modo di intendere la ricerca spirituale: la ricerca del vero io più profondo. 


La questione, quindi, non risiede nelle scelte comunicative del prete, ma nelle sue convinzioni più profonde. Questo apre spunti di riflessioni anche per chi non è cattolico ma è sensibile alla trasmissione della fede. Abitare il mondo dei social, usare linguaggi vicini alle persone che vogliamo raggiungere, creare chiese “attraenti” per chi le visita, sono discussioni presenti e sempre più centrali anche nelle chiese evangeliche. 


Nonostante la legittimità della contestualizzazione, il pericolo costante e da non sottovalutare è quello di snaturare il Vangelo. La fede non è una piccola aggiunta ai percorsi umani individuali. Il Vangelo resta un messaggio scandaloso che sfida le convinzioni più profonde dell’essere umano, che richiede di riconoscere il proprio peccato e di mettere in discussione interamente la prioria umanità, il proprio io, le proprie individualità. Solo morendo a sé stessi si può trovare sé stessi. Don Alberto diceva il contrario.


Parlare il linguaggio del proprio tempo non è di per sé un problema; smarrire il contenuto del messaggio biblico lo è. Ambendo ad avere più like e a sembrare giovanilistici, quanti evangelici sarebbero tentati di diventare dei don ravagnani col rischio di confondere invece di evangelizzare.