Niscemi, la frana non è solo lì
Le immagini delle case di Niscemi, che si sporgono sulla scarpata che si è creata dove fino allo scorso 25 gennaio c’era solo un declivio, stanno facendo il giro del mondo.
A quelle se ne aggiungono molte altre che s’imprimono negli occhi e nel cuore. Quelle che ritraggono la disperazione di chi quei luoghi li ha abitati e che, adesso, si sente in bilico, come la propria casa. Quelle di sguardi pieni di interrogativi di chi ha la casa in “zona rossa”. Quelle degli occhi e delle mani dei vigili del fuoco e dei volontari che, generosamente, offrono aiuto e conforto a chi non ha potuto trovare rifugio presso parenti o in altre abitazioni. E poi, le facce serie e compassate degli immancabili tecnici, amministratori e politici che, troppo spesso, danno l’impressione di aggiungere beffa al danno.
Nell’era dei social, infine, l’evento ha offerto l’assist perfetto per dare e ascoltare informazioni e lezioni sulla geologia del luogo, sulla classificazione delle frane, sulla loro dinamica e sui possibili scenari futuri. Adesso, siamo tutti geologi!
Affermando l’ovvio, mi permetto di dire schiettamente che agli abitanti delle case che sono state edificate in modo legittimo, già all’indomani dell’ultima frana (quella del 1997!), si sarebbe dovuta offrire la possibilità di spostarsi offrendo loro alloggi nuovi, costruiti a spese dello Stato in una zona sicura e, allo stesso tempo, si sarebbe dovuto impedire la compravendita, l’edificazione e la ristrutturazione degli edifici esistenti.
Trent’anni sarebbero stati più che sufficienti per spostare l’intero quartiere, arretrando il limite della città, di cento o centocinquanta metri, demolendo l’esistente e, magari, facendoci un bel parco! La frana ci sarebbe stata lo stesso, ma il danno sarebbe stato minore, così come la sofferenza.
Se, a posteriori, siamo bravissimi a dare pareri e a offrire soluzioni, è chiaro però che, in questa storia, non tutti hanno le medesime responsabilità. Questo evento, per quanto eccezionale, non era imprevedibile e ha rivelato ancora una volta quanto sia necessario che politici, amministratori, tecnici e chiunque abbia potere decisionale, debbano essere persone oneste, coraggiose, lungimiranti, capaci di combattere e vincere la lentezza della burocrazia e, soprattutto, che considerino il loro mandato e le loro competenze come l’occasione per incidere nella storia e contribuire a cambiarne il corso. Non è affatto vero che non si sarebbe potuto fare nulla.
In realtà, a far crollare tutto non è stato né il cambiamento climatico, né le piogge eccezionali del ciclone Harry e nemmeno la forza di gravità. La causa principale di tanta sofferenza è stato l’immobilismo e il comodo fatalismo di gattopardiana memoria ben descritto da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel discorso del Principe di Salina al neonato parlamento italiano che, però, temo che non sia esclusivamente un male endemico dei siciliani, che non sono gli unici a voler «cambiare tutto affinché nulla cambi».
Adesso bisogna correre ai ripari. Un proverbio siciliano dice: «Amara a cu mori, cu resta s’aggiusta» (la peggio ce l’ha chi muore, chi rimane trova il modo di rimediare). Grazie a Dio, almeno per questa volta, non è morto nessuno, ma adesso, noi che siamo rimasti, dobbiamo rimediare e mi auguro che, cessati gli sproloqui, la nazione si stringa davvero accanto alla popolazione niscemese e che tutti vogliano rimboccarsi le maniche per dare una mano.
Niscemi merita maggiore attenzione rispetto a quella che le è stata data fino a ora. Se per molti italiani è solo uno dei tanti paesi da cui si farebbe meglio a fuggire, chi vorrà conoscerla un po’ più a fondo, scoprirà un luogo geograficamente e sociologicamente interessante.
Sorta su un altopiano dal quale la piana di Gela appare incantevole, in provincia, è superata per numero d’abitanti soltanto da Gela e Caltanissetta. Niscemi detiene vari primati provinciali come: la più alta percentuale di coniugati, quella più bassa di divorziati, il più alto tasso di natalità, il più basso reddito medio pro capite (solo in 24 comuni italiani si guadagna meno), la più bassa percentuale di dichiaranti IRPEF (si trova al 7910° posto in Italia, a 59 dall’ultimo). Queste informazioni possono bastare per farci comprendere che, pur non essendo un luogo di opulenza, alcuni sani valori della cultura contadina persistono.
La sua economia, infatti, si fonda principalmente sull’agricoltura, in particolare quella del carciofo. I niscemesi sono persone modeste, laboriose, che lottano per l’esistenza e che convivono rispettosamente e lavorano fianco a fianco con un alto numero di immigrati.
Se un certo modello di sviluppo vorrebbe cancellare luoghi del genere, faremmo bene a ricordare che l’umanità che vive in quel luogo non è affatto diversa da quella del resto della nostra nazione. Certo, c’è criminalità, degrado, disordine e bruttezza… così come c’è anche tanta gente per bene, colta, creativa, laboriosa, ostinata a rimanere e a lottare affinché le cose cambino.
Il mio incontro con Niscemi l’ho avuto diciotto anni fa, quando vi insegnai in una scuola secondaria di primo grado. In quell’occasione ho potuto conoscere qualcosa dei vari volti della città ed è per questo che, come italiano e come cristiano, ritengo sia mio dovere dire e fare qualcosa affinché anche questa parte della nostra nazione sia tenuta in adeguata considerazione, affinché i suoi abitanti siano rispettati, i suoi giovani non debbano più emigrare, le vie d’accesso e di comunicazione con le altre città siciliane siano rapide e sicure, le aziende familiari e il piccolo artigianato siano sostenuti e soprattutto la vera ricchezza del territorio: l’agricoltura sostenibile e di qualità, possa essere adeguatamente incentivata e svilupparsi.
In questi giorni non ho smesso di pensare a Niscemi sia per il dolore provato nel vedere gli effetti di quella frana, sia per i ricordi di quell’anno scolastico in cui ho fatto su e giù per le colline dell’entroterra siciliano, ma soprattutto perché quanto è accaduto ha un parallelo fin troppo simile a quanto ha insegnato Gesù nella parabola evangelica delle due case (Mt. 7,24-27), con quanto ha detto circa i tempi che precederanno il giudizio finale (Mt. 24,37-38) e con quanto affermato dallo scrittore agli ebrei circa l’ineluttabilità della morte e del giudizio (Eb. 9,27). Leggete e riflettete su questi passi della Scrittura.
Se non vi sentite particolarmente vicini o coinvolti, vorrei ricordare a chiunque leggerà questo articolo che anche se la vostra casa non si trova a Niscemi, ciascun essere umano si trova e vive, letteralmente sull’orlo di un baratro ben più profondo e poggiato su un fondamento sabbioso che non sussisterà.
E a chi si illude che le cose terribili della vita accadano sempre ad altri e siano fatte da altri, vorrei ricordare la replica di Gesù a chi lo interrogò circa il crollo di una torre che aveva ucciso diciotto persone. Egli, piuttosto che prendersela con i progettisti o con chi, evidentemente, si era esposto a rischi eccessivi, volle trarne un monito per tutti dicendo: «Pensate che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico; ma se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo» (Lc. 13,4-5).
Mentre ci addoloriamo per quanto accaduto a Niscemi, vorrei che ciascuno di noi compisse l’unica azione appropriata e necessaria, diversa in pratica, ma della stessa natura di quella che voglio sperare sarà implementata dagli amministratori e accolta dai niscemesi: l’azione radicale e costosa di arretrare, abbattere e allontanarsi da ciò che, in noi, è fondato sulla sabbia e che, se siamo onesti, ammetteremo che è già franato e continuerà a cadere, per cominciare a costruire là dove l’abbondanza della pioggia, l’impeto dei torrenti e la violenza del vento non potranno far crollare, perché è edificato bene e al sicuro: sulla roccia solida.
Secondo le parole di Gesù questo è il modo di vivere di chi ascolta la sua parola e la mette in pratica (Mt. 7,24).
Questa parola è valida e rilevante ancora oggi per chiunque si professa “cristiano” e, però, rientra nella categoria di chi chiama Cristo “Signore, Signore” ma non si cura di abbandonare le tradizioni religiose che lui non ha mai istituite e che, più o meno consapevolmente, continua a fondare e costruire la propria esistenza su pensieri, ideologie e visioni del mondo umanistiche.
Solo Cristo, solo la sua opera, soltanto il suo insegnamento e solo la fede e l’ubbidienza ai suoi comandamenti costituiscono il solido fondamento che ci permetterà di superare indenni la prova del giudizio di Dio.
Tutto il resto, prima o poi, franerà.