Il libro raccomandato da papa Leone XIV (e che piace anche ai santoni indiani)
Sul volo di ritorno dal viaggio in Turchia e Libano il 2 dicembre 2025, alla domanda su quale libro lo avesse influenzato di più nella sua vita, papa Leone XIV ha stupito i giornalisti presenti indicando un libro minore e sconosciuto ai più: Frate Lorenzo, La pratica della presenza di Dio (1692).
Si tratta di un volumetto che raccoglie le massime di un frate carmelitano scalzo francese vissuto nella seconda metà del Seicento. Di questo frate non conosciamo neanche il nome proprio, ma solo il nome scelto: Frate Lorenzo, talvolta riferito anche come Lorenzo della Resurrezione.
La citazione del papa ha suscitato un certo interesse del pubblico, tanto da rendere necessaria una ristampa del volumetto da parte di diverse case editrici, tra cui quella vaticana con un’introduzione del papa stesso.
Cos’ha di particolare questo libretto? Intanto non è stato scritto da Frate Lorenzo ma è il frutto della raccolta dei suoi detti e delle sue lettere a varie persone. Il desiderio del frate, persona semplice e arrivato alla vocazione religiosa dopo una vita irrequieta, era di rimanere sempre alla presenza di Dio.
Siccome la sua attività principale in convento era di aiuto cuoco, gran parte della sua vita si è svolta in cucina: quello era il luogo in cui invocare Dio, avere comunione con Lui e pregare. Insomma, ha cercato Dio “tra le pentole” girando la frittata, pulendo le patate, lavando le stoviglie.
In tutto ciò, Lorenzo mostra un elevato senso della presenza di Dio che è pervasiva nella sua vita: benedice costantemente Dio facendo di tutto un continuo esercizio d’amore, chiede sempre il suo aiuto man mano che si presentano le vicende della vita.
Ecco un sunto dell’opera nelle parole stesse di Lorenzo: “La pratica più santa, più comune e maggiormente necessaria della vita spirituale è quella della presenza di Dio, che consiste nel trovare diletto e nell’abituarsi a vivere in Sua divina compagnia, parlando umilmente e intrattenendosi amorevolmente con Lui in ogni tempo, senza regola né misura” (74).
Le sue brevi e continue preghiere erano: “Mio Dio, mi rimetto interamente a Te”, “Dio d’amore, ti amo con tutto il mio cuore”, “Signore, fa’ di me secondo il Tuo cuore” (85).
Per questo suo linguaggio diretto, spontaneo, immediato, senza fronzoli, colloquiale, senza marianesimi, priva di riferimenti liturgici cattolici, ecc., non stupisce che l’operetta sia stata apprezzata, in traduzione inglese, anche in ambienti anglosassoni protestanti a partire dall’Ottocento. Di fatto, essa esprime una spiritualità del quotidiano che si avvicina all’esperienza evangelica della fede: il rapporto personale con Dio, il linguaggio semplice e del cuore, il vissuto della fede esteso a tutta la giornata e a tutte le attività, non solo al culto o ai momenti ecclesiastici.
Anche papa Leone XIV dice di trovare beneficio dalla meditazione del volume e di praticare i consigli offerti da Frate Lorenzo, soprattutto la preghiera continua.
Tutto bene allora? Non proprio. Nel libretto non solo mancano i riferimenti alla mariologia cattolica e ai sacramenti. Mancano riferimenti a Gesù Cristo come unico mediatore, alla croce come il sacrificio espiatorio dei nostri peccati, al giudizio divino sui reprobi, alla Bibbia come Parola di Dio scritta. Insomma, di quale Dio si parla?
In altre parole, la “presenza divina” di cui parla Frate Lorenzo è quella generica di un dio qualunque, non nel Dio uno e trino rivelato nella Scrittura. Forse, Lorenzo intendeva il Dio biblico, ma in tutta la sua opera il riferimento costante è a un “Dio” generale che è amore ma non ha il volto di Gesù Cristo, che è accessibile ma non nel nome di Gesù, che può essere conosciuto ma mai citando la Bibbia.
Non è un caso che esistono edizioni dell’opera anche da parte di editori induisti. Quella che ho in mano (e a cui si riferiscono le pagine sopra indicate) è pubblicata ad Assisi dalle Edizioni Vidyananda nel 2020. Nella prefazione si legge che “è risaputo che tanti monaci, yogi e santi indiani, come Swami Vivekananda e Paramhansa Yogananda, ne raccomandavano vivamente la lettura e lo studio, proprio perché il suo insegnamento universale tocca direttamente il cuore dell’ascesi spirituale” (29).
Se la “presenza di Dio” di cui parla Frate Lorenzo è quella che anche i santoni indiani cercano e trovano, trovando ispirazione dal suo testo, si può allora dire che sia la presenza di Dio che sperimentarono Enoc, Noè, Mosè, Anna, Maria, Paolo e tutti i credenti in Gesù Cristo di ogni generazione? O si tratta di una “presenza” divina tanto generica da non essere assimilabile a quella cristiana?