Le forme con le forze? Pierangelo Sequeri su come rilanciare il senso di Dio

 
 

La diagnosi è chiara: i cristiani (cattolici) hanno imbrigliato Dio nelle forme del linguaggio (dottrina), dei gesti comunitari ripetitivi (liturgia) e della vita sessuale (morale). Il problema è che hanno perso la forza della presenza di Dio. Si ritrovano con parole, concetti e riti, ma non hanno la verve e il pathos.


Parte da qui l’analisi di Pierangelo Sequeri nel volumetto Addio a Dio? Sul Dio vivente, Milano, Centro Ambrosiano 2025. Sequeri è uno dei più eclettici e prolifici teologi cattolici italiani, le cui opere (arrivate a ben 12 volumi) sono in corso di pubblicazione, ma il cui libro più rappresentativo è forse Il Dio affidabile. Saggio di teologia fondamentale, Brescia, Queriniana 1996 (a oggi ha avuto 5 riedizioni, l’ultima delle quali nel 2013).


Nel volumetto Addio a Dio? c’è un assaggio della diagnosi e della prognosi di Sequeri. Nelle sue parole, l’attuale situazione del cristianesimo (cattolico) è caratterizzata da una normalità piatta: “la normalità di una fede che conserva tutte le sue forme, ma non ha più nessuna forza” (28). Si assiste ad un “vuoto di forza”. Le forme della religiosità non hanno “un effetto che ci coinvolge affettivamente” (18).  Il cristianesimo è pieno di forme, scarso di forze. C’è un “vuoto affettivo” di Dio. 


Il problema ha radici antiche. Secondo Sequeri, sono secoli che il cristianesimo è pensato dottrinalmente, definito dogmaticamente, difeso apologeticamente con una “concettualità anaffettiva” (34). L’unico spazio alla forza degli affetti è stato recintato al perimetro dei mistici e della devozione popolare, una sorta di riserva indiana che ha però lasciato indifferente la massa. Per il popolo cattolico, invece, si è assistito allo “svuotamento affettivo” di Dio (37). 


In questo senso, lo gnosticismo che separa pensiero e passione e invita ad estraniarsi dall’esistenza, mentre ha perso la battaglia dottrinale, ha avuto la meglio nella guerra spirituale. Si è infiltrato nel corpo del cristianesimo e lo ha corrotto da dentro togliendo il codice affettivo dal vissuto cristiano.


Sin qui, in soldoni, la diagnosi. C’è una cura? Sì: per Sequeri si tratta di continuare la “disinfestazione anti-gnostica” della fede. Come? Tornando al più potente antidoto contro la gnosi: il Concilio di Nicea (325 d.C.) che ha affermato la consustanzialità del Figlio incarnato (Gesù Cristo) col Padre


Sequeri sostiene che il cristianesimo deve riappropriarsi di una visione di Dio più ricca: non tanto quella del pensato, quanto quella del “generato”. Secondo il linguaggio del Concilio di Nicea che riprende quello del vangelo di Giovanni, il Figlio è “generato” dal Padre. In questa generazione c’è una “densità ontologica e affettiva” (47): il generare di Dio parla di intimità, relazione, calore, donazione, eccitazione, che devono essere associati alla “natura” di Dio. Quest’ultima non può essere pensata in modo freddo e cerebrale, ma sempre affettivo. In altre parole, generazione divina significa “amare la vita, donare la vita, suscitare la vita” (52).


Alla generazione Sequeri fa seguire l’intercessione del Figlio. Non solo la prima esprime l’affettività di Dio Padre che genera il Figlio e da cui procede lo Spirito, ma la seconda parla dell’impeto eccitante che il Figlio ha per noi, tanto da mediare affettivamente per noi. Il Figlio media non per mero dovere procedurale, ma per attuare il tocco di Dio. Ancora Sequeri, nel suo linguaggio evocativo: dalla ideografia della forma mentale si deve passare alla teofania del tocco (86).


È evidente che il volumetto apre così tante piste e questioni da non poterle approfondire. Anche una breve segnalazione non può che interagire se non a forma di spot. Almeno due sono quelli più immediati.


Sequeri parla del cattolicesimo e di tutte le forme nominali di cristianesimo. Da parte sua, il protestantesimo evangelico ha avuto un’altra storia. Intanto il suo Catechismo più diffuso (quello di Westminster) ha insegnato ai credenti che lo scopo principale della vita è “glorificare Dio e gioire in Lui per sempre”. La gioia, la passione, gli affetti sono quintessenziali per la vita evangelica di tutti i credenti. Poi, il protestantesimo ha avuto varie stagioni di “risveglio” che hanno fatto sì che l’esperienza della fede fosse al centro del vissuto cristiano in tutti i registri dell’affettività e per tutti i credenti, senza distinzione tra chierici e laici.


Più importante ancora, il protestantesimo evangelico riceve dalla Bibbia l’insegnamento che i cristiani non sono i battezzati di una chiesa, ma i credenti in Gesù Cristo: coloro che hanno fatto professione di fede, i convertiti. La nuova nascita dall’alto non avviene tramite il sacramento impartito da una chiesa (forma), ma accade per opera dello Spirito Santo nella vita di chi crede (forza). Ciò cambia tutto il registro dell’esperienza cristiana. 


Sequeri dovrebbe prendere atto che se le persone battezzate non “sentono” Dio, non è tanto e solo per i problemi che lui evoca, ma per il semplice fatto che non sono credenti in primo luogo. Possono essere battezzati, cresimati, comunicati, ecc. ma senza la fede personale tutto ciò non apre di per sé all’esperienza della comunione riconciliata con Dio.


Per la fede evangelica, la forma della fede non si dà senza la forza della fede. Se è solo forma, non è nulla. Più che tornare al Concilio di Nicea, bisogna riscoprire l’evangelo biblico.