Cornelius Van Til remixed. L’apologetica riformata ha un futuro?
Forse è stato lo studioso di apologetica evangelica più grande del Novecento. Non tanto come evangelista o autore di testi apologetici, quanto come pensatore che ha messo a fuoco alcuni capisaldi della difesa della fede cristiana nell’agorà delle idee, precisandone i contorni e provando a dare loro una coerente presentazione. Sto parlando di Cornelius Van Til (1895-1987), la cui opera è conosciuta anche in Italia tramite fascicoli di riviste (“C. Van Til 1895-1987”, Studi di teologia N. 13, 1995) e libri (Apologetica cristiana, Saggi sull’educazione cristiana e La grazia comune e il vangelo, di prossima pubblicazione).
L’occasione per tornare alla sua opera è data da un libro che raccoglie i testi di nove relazioni tenute ad un convegno ad hoc e ora pubblicate: K. Scott Oliphint (ed.), The Future of Reformed Apologetics. Collected Essays on Applying Van Til’s Apologetic Method to a New Generation, Glenside, Westminster Seminary Press 2025.
Ci sono due motivazioni che sottendono al libro. Una è apologetica (nel senso di difensiva), l’altra è propositiva (nel senso di esplorare piste nuove e diverse del suo pensiero).
Partiamo dalla prima. Per quanto grande sia la statura di Van Til, tanta nebbia circonda la sua apologetica, e non da oggi. Scrittura convoluta, scarsa attenzione all’esegesi biblica, propensione a sintesi semplicistiche, letture discutibili di questo o quell’autore … sono critiche che hanno accompagnato l’opera di Van Til dall’inizio. In anni recenti, vi è stata una riemersione di voci polemiche (più che critiche) che hanno provato a mettere in discussione un po’ tutto: la continuità col pensiero riformato storico, la fedeltà alla Scrittura, l’applicabilità del suo metodo.
Alcuni saggi affrontano queste e altre critiche. Non si tratta di difendere Van Til in modo acritico. Certamente, la sua prosa non è sempre limpida, le sue sintesi sono talvolta lacunose, le sue asperità polemiche non sempre comprensibili. Eppure, molte letture che vogliono demolirlo si accontentano di spezzoni del suo pensiero perdendo di vista il tutto o si concentrano su un aspetto, trascurandone altri.
Se esaminato in modo sereno e completo, Van Til dà voce alla linea di pensiero che va da Calvino a Bavinck, nella temperie delle discussioni con il kantismo e l’idealismo tedesco, con la teologia barthiana e l’evidenzialismo di stampo tomista (cattolico). Gli evangelici del suo tempo erano esposti a queste traiettorie e correvano il rischio di subirne il fascino, di concedere loro terreno e pensare di difendere la fede con le armi con cui essa veniva demolita. Questo spiega, in parte, la verve polemica di Van Til la cui apologetica è un punto di riferimento imprescindibile per non essere sballottati qua e là da ogni spiffero del pensiero moderno.
Per quanto riguarda la motivazione propositiva, il libro vuole spingere il pensiero di Van Til più in là, renderlo “pop”. Tra i vari tentativi, meritevole di nota è quello di Dan Strange (“Van Til goes pop”). Per lui, c’è il rischio di chiudere Van Til dentro discussioni alte e sofisticate sulla ragione, sull’epistemologia, sull’ontologia, ecc., dimenticando altre chiavi da utilizzare. Insieme ai presupposti, ci sono le predisposizioni (modi di vita) e le predilezioni (sentimenti). Niente è neutro davanti a Dio e tutto è intrecciato nel mondo di Dio. Van Til aiuta ad abitare la complessità della vita senza perdersi nell’unilateralismo intellettualista o nel pasticcio che tutto confonde.
Strange invita a rendere più larga la banda apologetica di Van Til, includendo tutte le chiavi della nostra umanità creata, rotta e redenta in Cristo. Già Bill Edgar e Ted Turnau sono apologeti contemporanei che hanno trattato temi come il jazz e la cultura pop, usando temi vantiliani come l’uno e i molti, l’idolatria del cuore, il compimento sovversivo dell’evangelo. Quello di Strange è un appello da raccogliere per rendere ragione di un’eredità, come quella di Van Til, che è solida e promettente per il futuro.