A ciascuno il suo? Tim Keller sulla giustizia
“Come Dio ci rende giusti”. Il sottotitolo del volume di Timothy Keller, Generous justice. How God’s grace makes us just, New York, Dutton 2010, è la cosa peggiore dello stesso. Pare di essere di fronte ad un trattato cattolico del XVI secolo sulla giustificazione per fede. Al tempo della Riforma, infatti, la controversia tra protestanti e cattolici verteva sul fatto se la giustizia di Dio dichiarasse giusti e rendesse giusti. In ballo c’era la differenza tra la giustificazione forense e quella infusiva.
In realtà, il sottotitolo non c’entra niente e forse è una creazione di un redattore editoriale ignaro della storia della teologia. Il libro non ha a che fare con la dottrina della giustificazione, ma con la giustizia di Dio nella Bibbia. Il suo fuoco non è la soteriologia, ma la responsabilità della vita cristiana a vivere in modo olistico la fede.
Keller vuole scrivere sulla scia del volumetto di Harvie Conn, Evangelism: doing justice and preaching grace (1992), che, a sua volta, echeggiava l’incoraggiamento del Patto di Losanna (1974) a coniugare l’evangelizzazione e la responsabilità socio-politica: “Sebbene la riconciliazione tra persone non si identifichi con la riconciliazione con Dio, né l’azione sociale equivalga all’evangelizzazione o la liberazione politica alla salvezza, sosteniamo tuttavia che l’evangelizzazione e la nostra responsabilità socio-politica siano entrambe parte del nostro impegno cristiano” (n. 5).
Keller rilegge il grande tema della giustizia nell’Antico Testamento e sottolinea come esso sia stato in parte negletto dalla chiesa evangelica, concentrata opportunamente sui suoi significati soteriologici, ma distratta rispetto alle implicazioni per la dottrina di Dio e per la visione cristiana del mondo.
La giustizia riflette il carattere di Dio che è particolarmente sensibile al “quartetto dei vulnerabili”: vedove, orfani, stranieri e poveri. Keller sostiene che la giustizia (tzadequah e mishpat) ha a che fare con l’equità, la rettitudine, la dignità nelle relazioni. Siamo lontani dalla concezione della giustizia desunta dal diritto romano secondo cui la giustizia è “dare a ciascuno il suo” (unicuique suum). Quest’ultima si colloca dentro un quadro metafisico dove ogni soggetto ha diritto ad avere o ad essere riconosciuto per chi è e quello che ha. La giustizia biblica è iscritta nel carattere di Dio e sempre derivante dalla relazione con Lui.
Secondo la giustizia umanistica, il giudizio di Dio nella reprobazione sarebbe ingiusto perché condanna persone “innocenti”. Nell’ottica biblica, Dio è giusto quando esegue il giudizio nei confronti di chi è estraneo all’alleanza stabilita da Cristo.
Un altro esempio. Nella giustizia orientale, induista in particolare, la casta dei derelitti (dalit) è “giustamente” trattata in modo impari per il suo status basso nella scala sociale. Per la giustizia biblica, invece, ogni persona è portatrice dell’immagine di Dio ed è giusto che sia rispettata come tutte le altre.
Nel mondo decaduto nel peccato, la giustizia è infranta e calpestata e i più deboli sono le vittime principali. La chiesa testimonia della giustizia donata e s’impegna a vivere in modo giusto, assumendo anche la responsabilità di aprire laboratori di giustizia e di incoraggiare la crescita della giustizia nel mondo, dal micro al macro-livello.
Keller è molto consapevole dei dibattiti intorno all’impegno cristiano e delle deficienze di qualsiasi intervento cristiano nella storia. Proprio mentre lui scriveva, negli ambienti evangelici USA si sviluppava una discussione accesa sul senso della “giustizia sociale”, paventando un’infiltrazione di correnti di pensiero neo-marxiste. È evidente che Keller non ha nulla a che fare con questa deviazione.
Ogni discussione è legittima se fa proprio l’imperativo biblico ad impegnarsi per la giustizia come parte essenziale della vocazione cristiana. Se, al contrario, i dibattiti sul contributo cristiano nella società nascondono l’evasione o il disinteresse, o la polarizzazione tra messaggio ed azione, o il mero mantenimento dello status quo, allora sono scuse biblicamente inaccettabili.
Il libro si colloca quindi nello spirito evangelico di Losanna ed è un’equilibrata trattazione del significato pubblico della giustizia di Dio per la chiesa. Ogni chiesa, anche la più piccola, è uno spazio aperto da Dio per godere la giustizia ricevuta da Gesù Cristo e per testimoniarne nel mondo vicino e lontano.