Somnium Winter Edition 2025. Vivere con e per l’altro
L’ottava edizione di Somnium, vacanza studio che ha visto Lucca come protagonista di questo soggiorno invernale, a cui hanno partecipato venti giovani adulti dal 26 al 28 dicembre 2025, ha avuto la funzione di dare chiarezza sul tema “mascolinità e femminilità”, affrontandolo biblicamente e riflessivamente, con lo scopo di permettere a chi ascoltava di assimilare i temi proposti, sottraendoli alla caoticità, alle riduzioni e ai luoghi comuni che troppo spesso caratterizzano e attanagliano il dibattito contemporaneo.
Non è certo una novità recente quella che vede il tema dell’identità della donna e dell’uomo come sottoposte a una significativa pressione, che cerca di ridurle a dei prodotti fluidi, indefinibili e meramente sociali, creando una significativa confusione non solamente su cosa voglia dire essere uomo e donna, ma anche il significato di “mascolinità” e “femminilità”, sovrapponendo caoticamente l’effettivo essere dell’identità e l’autorappresentazione, cioè tra ciò che l’uomo e la donna sono e ciò che credono e dicono di essere.
In continuità con quanto già esposto dal professor Pietro Bolognesi nelle precedenti edizioni di Somnium tenutesi a Chieti e a Napoli, in questa edizione le lezioni da lui proposte sono state ulteriormente decantate, riprese e chiarificate, affinché i loro nuclei concettuali potessero riemergere in maniera ancor più significativa. Gli uditori sono stati così guidati, attraverso tre interventi affidati ad alcuni giovani che avevano avuto modo di assistere direttamente a quelle relazioni, in un percorso di assimilazione riflessiva che ha consentito di sedimentare i contenuti, sottraendoli tanto alla semplificazione quanto alla ripetizione meramente espositiva.
Il primo intervento ha visto coinvolto Francesco Fracaro, che prendendo come testo di riferimento Genesi 2,18-25, ha inizialmente esposto la difettosità di alcuni modelli che permeano la visione delle relazioni tra l’uomo e la donna, sia in ambito secolare sia in ambito cristiano.
Come, ad esempio, il modello complementarista, il quale, vede la completezza esclusivamente in virtù del legame, nell’unione tra l’uomo e la donna, visti quindi non più come individualità a sé stanti, completi come soggetti singoli, ma come unità indivisa. La prospettiva che la Bibbia ci dona sull’uomo e la donna è piuttosto fondata su tre colonne inscindibili: l’uguaglianza nella dignità, la differenza nella specificità e il “compagnamento” nella relazione.
Entrambi i sessi sono creati ad immagine di Dio e, come tali, hanno una pari dignità, senza che questo comporti la cancellazione delle differenze, anch’esse volute dal Signore e non riconducibili al peccato originale. La relazione, quindi, non è né gerarchica né piatta, ma configurata tramite un “compagnamento” plastico, in cui l’altro è posto di fronte come aiuto corrispondente, responsabile.
Ecco come il matrimonio, concepito non tanto come contratto ma come patto d’alleanza, si manifesta come un’anticipazione di quello che è e sarà il Regno di Dio. Allo stesso modo, la famiglia è il luogo di realizzazione in cui la relazione si fonda riflettendo la bellezza di una comunione trinitaria, come punto centrale dell’identità cristiana.
Il secondo intervento ci è stato offerto da Sara Ansaloni che, tramite due testi biblici, Cantico dei cantici 1,5–8 e Giovanni 10,1–4, ha proposto una visione dell’identità come progettualità e non come mera descrizione di sé. Proprio a partire dal Cantico dei cantici, la donna che si esprime con le parole «sono nera ma bella» si dà come permeata da un’identità pienamente affermata, come una donna che accetta la propria realtà, il proprio vissuto presente e futuro e il proprio mandato, la propria vocazione, senza allo stesso tempo appiattirsi su quelli che erano gli stereotipi culturali dell’epoca.
La sua identità è il lascito di un lavorio, di un’elaborazione profonda che ricomprende le imposizioni della famiglia e le sue ferite. È una donna salda, e questo le permette di interfacciarsi a una relazione autentica, all’incontro con un altro che non è ostile e nemmeno una figura di compensazione. L’incontro è tra due persone libere, che sono in grado di riconoscersi vicendevolmente senza idealizzazioni e senza annullare la propria identità nell’altro.
Tutto questo però non è intimistico, la sua identità non è solo una solida struttura interiore ma è proiettata in avanti: il verbo “Uscire” lega il Cantico dei cantici al Vangelo di Giovanni, è l’indicazione per un cammino di esodo di fiducia, di speranza in Dio, in cui l’identità è compiuta nel sentiero che si apre al progetto più straordinario, quello di Dio.
Il terzo e ultimo intervento che Chiara Lorenzon ci ha restituito, è stata una panoramica storica della riforma nella città di Lucca, che abbiamo avuto il privilegio di visitare nei suoi punti più nevralgici. In particolare, ci è stata presentata come una città che all’altezza del XVI secolo visse un’intensa esperienza, seppur breve, di moti riformati che furono soffocati dalla repressione inquisitoriale.
Grazie ai commerci e alla decadenza del clero locale, le idee evangeliche iniziarono ad innestarsi negli ambienti culturali e popolari. Nel 1541-42, infatti Pietro Martire Vermigli iniziò a portare delle predicazioni nella basilica di San Frediano che presentavano un nuovo afflato, permeate dalla linfa vitale della “salvezza per grazia”, non incentrate sul ruolo mediatore della chiesa di Roma.
Nonostante l’esilio, insieme ad altri personaggi lucchesi decisivi, lasciò un contributo decisivo per lo sviluppo della riforma all’estero, soprattutto a Ginevra. Lucca, quindi, rappresenta tutt’oggi, una preziosa eredità che oltre al Vermigli, ha visto Bernardino Ochino, la famiglia Diodati, a cui è dedicato il palazzo del municipio e la famiglia Turrettini, che in seguito espresse una delle figure più rilevanti dell’Ortodossia riformata: Francesco Turrettini.
Il quadro emerso dalla vacanza studio è stato straordinariamente ricco, dipinto con tinte luminose dove Dio ci ha donato un tempo edificante e profondamente significativo, dove si sono intrecciati straordinariamente temi come la dignità, l’eredità e le relazioni.
Allo stesso tempo, sono stati momenti segnati dalla vera amicizia, dalla gioia, dalla spensieratezza che ci hanno permesso di vivere appieno la comunione fraterna. Grazie agli organizzatori, che hanno saputo favorire e custodire con cura questi momenti e questo clima, abbiamo potuto vivere questo spazio che la grazia che Dio ci ha concesso, in piena sintonia, lasciando un’eredità preziosa nei nostri cuori che va oltre i giorni trascorsi insieme, ma che si proietta per divenire una memoria viva e feconda per il cammino futuro.