Novelle senza Dio? La fede umanista del Boccaccio
È il 1348. Dieci giovani fiorentini, sette donne e tre uomini, si incontrano nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. Devono accordarsi sul da farsi. La peste ha già bussato alle porte di molte, troppe case della città. A peggiorare la situazione, la corruzione religiosa e morale rende le strade disagiate e invivibili.
Meglio andarsene via per un po’ di tempo e trovare un posto periferico, un luogo curato, estaticamente piacevole e pacifico, il contrario della vita reale. È lì che la brigata di giovani si intrattiene per dieci giorni cantando, ballando, giocando e raccontando storie, prima di ritornare al disincanto della quotidianità.
Così, comincia notoriamente il Decameron, capolavoro fondativo della narrativa moderna italiana ed europea. Ne parliamo in occasione del 650° anniversario dalla morte del suo autore, Giovanni Boccaccio (1313-1375).
Anche se evidentemente non pensato come un trattato teologico, Il Decameron è in realtà una cartina al tornasole non solo della condizione storico-religiosa del XIV secolo, ma anche del pensiero religioso del Boccaccio. L’opera nasce durante la cattività avignonese, preludio dello scisma d’Occidente, quando coesistettero due o persino tre papi rivali per il soglio pontificio. La corruzione del clero e l’inefficacia delle istituzioni religiose aveva indebolito la fiducia nel sistema ecclesiastico.
Il Decameron divenne dunque una sorta di manifesto velato: denunciava la deriva della religione e offriva un’alternativa umanista per orientarsi nel mondo senza la mediazione di Roma. Senza addentrarci nell’analisi delle novelle, una riflessione sulla trama basterà a delineare alcune delle peculiarità della teologia del Boccaccio.
La Firenze del Boccaccio è descritta con toni apocalittici: corpi appestati senza sepoltura, perdita della pietà, dissoluzione dell’ordine civile e religioso. È una visione del peccato collettivo: la peste non è solo malattia, ma segno della rottura dell’ordine creato.
Non c’è istituzione, sia essa lo Stato o la Chiesa, che è in grado di dare senso o salvezza in un mondo così devastato. Firenze è la città dell’uomo agostiniano: l’umanità che ha smarrito Dio e si ritrova nel caos e nella paura. Chi si rende conto di essere circondato dalla morte, decide di trovare una via di fuga.
Ed è appunto ciò che fanno i dieci giovani. Essi vogliono raggiungere uno spazio di purezza, rinascita e armonia. Vogliono fuggire dall’Egitto oppressivo per raggiungere la terra promessa. Il cammino non è guidato da Dio, ma da loro stessi. È inutile rivolgersi al Dio predicato, legato alla superstizione e al potere clericale, meglio diventare dio di sé stessi e dirigersi indipendentemente verso il “nuovo Eden”.
Quest’ultimo è il luogo dove si ritrovano, una villa in collina, ricca di giardini, fontane e fiori. La città è luogo di distruzione; la natura è il luogo dove ritrovare la grazia originaria. Dio non è più visto come persona, ma come natura. È la bellezza edenica che dà ordine e vita, non più il creatore di quest’ultima.
In questa cornice, la brigata assume i connotati di una chiesa, una comunità che vive condividendo la parola e celebrando la vita, non più basandosi sulla rivelazione di Dio, ma sulla propria ragione e abilità narrativa. Così, le novelle diventano i sermoni e le preghiere della loro liturgia giornaliera, parole che purificano i loro cuori e le loro menti, preparandoli per l’avvenire.
L’esperienza edenica e della parola trasforma i giovani. La “conversione” non è opera di Dio; è un avvenimento dove l’uomo è agente e ricevente. Si tratta di una “grazia” naturalista e umanista. L’uomo grazia sé stesso, creando la grazia con la sua parola e donandosi grazia.
Davanti alla corruzione della chiesa e al (giusto) rifiuto di accettarla come mediatrice tra Dio e l’uomo, il Boccaccio vede l’alternativa nella natura e nell’uomo. Se non è l’istituzione a trasformare, sarà l’uomo a farlo da solo. Così l’autore del Decamerone elabora la sua teologia, cercando una soluzione alla crisi vissuta.
A distanza di secoli, la situazione non sembra cambiata. Anche oggi, molti italiani si distanziano dalla religione cattolico-romana per ricercare spiritualità alternative che possano portare un qualche momentaneo sollievo esistenziale. Pare evidente allora che anche il cattolicesimo rientri nelle spiritualità che incoraggiano ad adorare la creatura o la creazione, ma non il Creatore. Coloro che, come i giovani del Boccaccio, ricercano una via di salvezza, riusciranno a rendersi conto che essa è rinvenibile solamente nelle chiese e dalle persone che proclamano fedelmente il vangelo biblico?
(Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Che vi do!, XXXVI, n. 111, dicembre 2025, periodico quadrimestrale di Pane Quotidiano Onlus)