Primavera, Vivaldi e la ricerca della propria identità
Attenzione: contiene spoiler
Chi non ha nelle orecchie la musica di Vivaldi, specialmente le Quattro stagioni? Il film Primavera (2025), con la regia di Damiano Michieletto, si conclude proprio con le note del concerto dedicato alla stagione primaverile. Vivaldi è anche un protagonista, ma non il principale del film.
Ambientato nella Venezia del Settecento, la storia è liberamente tratta dal romanzo di Tiziano Scarpa, Stabat mater (2008). Racconta le vicende di Cecilia (Tecla Insolia, bravissima), una ragazza abbandonata da piccina e reclusa nell’Ospedale della Pietà, una struttura per bambine lasciate dalle madri alla nascita. Segregate dal resto del mondo, Cecilia e le altre ragazze sono avviate alla musica per allietare la Venezia bene in occasioni di concerti in chiese e case nobiliari.
Cecilia eccelle come violinista. Quando Antonio Vivaldi (Michele Riondino) viene nominato direttore musicale dell’orfanotrofio, il talento di Cecilia viene notato ancor di più, trovando nel maestro veneziano un grande estimatore.
La musica ha un ruolo centrale nella vita altrimenti spezzata delle ragazze, la cui aspettativa è di essere data in moglie a qualche ricco ereditiere di una famiglia nobile. Lo stesso esito sarebbe capitato a Cecilia, salvo che il matrimonio concordato salta all’ultimo momento, interrompendo per sempre anche la carriera musicale della ragazza.
Tra i temi centrali del film c’è la struggente ricerca del rapporto con la madre mai conosciuta. Cecilia tiene un diario in cui scrive lettere alla madre, sperando di poterla incontrare, riversando su di lei le sue frustrazioni irrisolte, cercando di tenere accesa la speranza che un giorno la madre si sarebbe presentata per stare con lei.
L’unico segno a cui si aggrappa è un cartoncino strappato a metà e raffigurante una rosa dei venti che la mamma aveva lasciato al momento dell’abbandono. La mamma aveva tenuto l’altra metà del cartoncino e quel pezzo di carta sarebbe stata la prova del suo essere proprio lei, la madre. La compagnia delle amiche, le attività dell’orfanotrofio e soprattutto la musica leniscono in parte il vuoto lasciato nella giovane vita di Cecilia. Tuttavia, non lo riempiono.
Un punto di svolta è quando Cecilia, sfinita dall’attesa e non sopportando più le continue delusioni, scrive nel diario: “mamma, finora non sei venuta, ma se un giorno verrai a cercarmi, non mi troverai più”. Il film si conclude con Cecilia che, finalmente libera di costruire una vita fuori dall’orfanotrofio e non più soggetta a decisioni altrui sulla sua vita, lancia il cartoncino spezzato con la rosa dei venti in un canale di Venezia, aprendosi ad un futuro comunque incerto.
La ricerca della propria identità, così intrecciata al mancato rapporto con la madre, si unisce all’aspirazione alla libertà. La narrazione del film è incentrata su una vita non risolta sul piano della propria identità e per di più costretta a sottostare a schemi imposti da altri.
La conclusione apre un varco: Cecilia “risolve” il rapporto mancato con la madre e “fugge” alla ricerca della propria strada. La scena finale accompagnata dalle vivaci note della Primavera di Vivaldi è il timbro musicale allo spiraglio aperto e alla speranza di una rinascita.
Il film tocca temi esistenziali sensibili. Come costruiamo la nostra identità non elaborandola in modo maturo in relazione a nostra madre? È possibile sopperire al vuoto della mancata presenza della figura materna? E poi: le nostre vite sono dentro un meccanismo deterministico dettato dalla società, dalla cultura, da altri o vi sono spazi di libertà personale che possono anche contravvenire alle aspettative imposte?
Com’è noto, Vivaldi era un prete, ma il film non sembra interessato a coglierne l’aspetto religioso né ad aprire domande sul senso della vita in relazione a Dio. In tutto il racconto, ci sono scene girate in chiese cattoliche, ma Dio non compare mai. È come se la vita si decida sulla ricerca di sé e della propria libertà non avendo nel proprio orizzonte il rapporto con Dio.
Domanda: si può essere veramente risolti senza un superamento della distanza che ci separa da Lui? Si può essere veramente liberi senza che sia Dio a donarci la libertà? Come scrive Agostino nelle Confessioni (1,1) parlando al Signore, “ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”.