Coraggiosamente bi-vocazionale. Anche in Italia?

 
 

In un recente articolo, Liberato Vitale ha definito il tema della bi-vocazionalità dei pastori “un tema nevralgico che deve essere sviluppato ulteriormente per la fedeltà biblica e la sostenibilità della vita delle chiese”. Una riflessione su questo tema è giunta nel 2025 da James M. Powell, pastore bi-vocazionale presbiteriano statunitense, nel libro Boldly Bi-Vocational, Fearn, Christian Focus 2025.


L’autore invita a un cambio di paradigma rispetto a quello tradizionalmente vissuto nel suo contesto geografico che è abituato a pastori “a tempo pieno”. La terminologia del cambio di paradigma è quella utilizzata anche da Thomas Kuhn, in tutt’altro contesto, nel libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche. Possiamo definire come paradigma un princìpio di fondo che non viene messo in discussione e viene riconfermato in modo sostanzialmente acritico. 


John Frame ha notato una stretta sovrapponibilità tra il termine “paradigma” usato da Kuhn e il termine “presupposto” usato da Cornelius Van Til, quindi possiamo dire che l’idea di avere un pastore “a tempo pieno” è un presupposto del pensiero del credente evangelico statunitense.


Il cambio di paradigma auspicato dall’autore è quello, almeno per alcuni pastori, di passare da un’occupazione “a tempo pieno” per la chiesa locale a un’occupazione in cui la chiesa locale condivide il pastore con un’altra attività lavorativa. 


La prospettiva italiana, al contrario, ha il paradigma del pastore “a tempo vuoto” (perdonate il neologismo) in cui la chiesa non sostiene economicamente in alcun modo il pastore che deve avere un altro lavoro “a tempo pieno” per necessità di sopravvivenza, svolgendo il ruolo pastorale il modo totalmente volontario e gratuito. Il lettore del contesto italiano non riceverà quindi nulla di utile dal libro di Powell in modo diretto, ma sarà comunque spinto a fare alcune riflessioni sull’argomento per contrasto. 


L’autore sostiene che il passaggio alla bi-vocazionalità debba essere una scelta e non una fase transitoria dovuta alla situazione economica della chiesa locale in attesa di arrivare a un impiego “a tempo pieno”. 


L’avere un secondo lavoro, oltre a quello pastorale, può portare all’interno della chiesa locale molti elementi positivi. Questo aspetto viene argomentato da Powell in modo estremamente convincente. Alcune esperienze nel mondo lavorativo al di fuori della chiesa, per esempio, non creano specifiche abilità o competenze pastorali, ma certamente ne aiutano lo sviluppo. Posso personalmente confermare che i due lavori che ho svolto nella mia vita (ingegnere e insegnante) hanno entrambi contribuito allo sviluppo di abilità e competenze utili in campo pastorale.


Un aspetto migliorabile del libro è l’utilizzo della terminologia sacro/profano e sacro/secolare che sembra creare una frattura nella vita del pastore bi-vocazionale. Vengono dedicate una pagina verso la metà del libro e la penultima pagina del libro a spiegare che la vita è una e indivisa e che ogni centimetro quadrato dell’esistenza è posto sotto la sovranità di Dio, ma a questo punto risulta difficile giustificare l’utilizzo di quel vocabolario di divisione e contrapposizione. 


Forse la nostra cultura italiana, con un cattolicesimo romano storicamente dominante, ha aiutato gli evangelici a sviluppare anticorpi migliori nei confronti di questi termini dicotomici. Il princìpio di base di Powell di un’esistenza indivisa a servizio di Dio è certamente positivo e biblicamente confermato, ma la terminologia utilizzata non aiuta a veicolare questo concetto.


In un certo periodo della sua vita, l’autore ha lavorato “a tempo pieno” fuori dalla chiesa e questo lo ha posto in una situazione analoga a quella di molti pastori italiani. La seguente frase è interessante: “L'impiego a tempo pieno fuori dalla chiesa restrinse quasi completamente la mia capacità di fare studi estesi nelle ore diurne. Il mio lavoro focalizzato sulla Parola avveniva tra le 4:30 e le 7 del mattino, prima di partire per il mio “lavoro diurno”. L'unica alternativa a questo blocco di tempo sarebbe stata la sera tardi” (p. 88).


Molti pastori italiani si trovano in questa situazione dall’assunzione del ruolo pastorale fino alla pensione. L’autore ha avuto la possibilità di sperimentarla solo per un periodo di tempo limitato, mentre in Italia diviene esperienza quotidiana per tutta la vita lavorativa o quasi. 


Tornando al concetto di paradigma e applicandolo all’Italia, pare che il pensiero della persona evangelica veda come normale utilizzare risorse economiche per pagare i locali in cui riunirsi. Al contrario, pare ancora da sviluppare un pensiero che affermi la normalità di utilizzare risorse economiche per sostenere, almeno parzialmente, i pastori.


Guardando al Nuovo Testamento, troviamo più volte affermato l’invito a sostenere economicamente i pastori, mentre pare assente qualsiasi riferimento a investire economicamente per i luoghi di culto. Non si vuole contestare la possibilità di avere un luogo di culto e investire economicamente per esso essendo un aspetto comune a tutte le società e attività umane e che deve essere ordinato alla luce della natura e dalla prudenza cristiana secondo le regole generali della Parola che si devono sempre osservare (Confessione di fede battista del 1689, 1.6). 


Includere, però, un sostegno almeno parziale dei pastori nel bilancio della chiesa è esplicitamente comandato nel Nuovo Testamento e risulta anche lungimirante: la chiesa è fatta primariamente di persone, e non di luoghi fisici, e l’investimento sui pastori può portare alla fioritura delle chiese, Dio piacendo, più di quanto non possano fare le mura dei locali.