Bernini e i Barberini. Una mostra sul barocco, uno spunto per un’arte riformata

 
 

“Quello che non fecero i barbari, lo fecero i Barberini”. La statua di Pasquino nel centro di Roma, che per secoli raccolse le invettive anonime del popolo romano, inchiodò così la famiglia di Urbano VIII, il papa che con avidità spogliava gli antichi monumenti per fornire materiale al suo protetto Bernini con lo scopo di cambiare il volto di Roma.


La mostra “Bernini e i Barberini”, ospitata a Palazzo Barberini dal 12 febbraio al 14 giugno 2026, racconta proprio questo: il rapporto tra la famiglia Barberini e l’artista che più di tutti ha contribuito a dare un nuovo volto alla Roma barocca trasformandola e piegandola alle esigenze di un papato interessato a riaffermare il proprio potere.


Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) aveva poco più di vent’anni quando Maffeo Barberini venne eletto papa con il nome di Urbano VIII. Suo padre Pietro aveva già lavorato per diversi pontefici e il giovane Gian Lorenzo stava affinando un talento straordinario. Fu l’incontro con Urbano VIII che segnò un sodalizio destinato a lasciare un segno artistico e culturale in città. 


Bernini aveva la smania di emergere e i Barberini la smania di affermare non solo il loro potere come famiglia, ma più ancora di affermare, anche attraverso l’arte, la rinnovata idea di potenza che la chiesa di Roma aveva di sé stessa dopo il Concilio di Trento.


Dopo la frattura della Riforma protestante, infatti, la Chiesa cattolica iniziò una vera e propria campagna di propaganda intenzionata a portare Roma e l’Italia quanto più lontano possibile da ogni vento di riforma re-imponendosi come unica, vera e sovrana chiesa. L’arte era parte integrante e centrale di questa visione. Doveva stupire, coinvolgere, travolgere i sensi. Roma doveva apparire nuovamente come il centro visibile della cristianità: una cristianità mediata da una chiesa forte, potente, avvolgente, imponente; una chiesa che facesse sentire pellegrini e fedeli accolti dalla grande madre ma anche impotenti di fronte a tanta grandezza e disposti ad affidarsi alla sua mediazione. 


La mostra espone statue marmoree di santi ritratti nella loro iconografia più tradizionale, ma capaci, nel contesto dell’epoca, di suscitare uno stupore completamente nuovo. I santi di Bernini non appaiono immobili o distanti, ma quasi vivi e capaci di trasportare il visitatore nella scena. 


Lo stesso effetto è ricercato nel baldacchino di San Pietro, di cui la mostra espone disegni, schizzi originali e variazioni progettuali. Tutto il processo creativo di Bernini, reso visibile da fogli fitti di tratti rapidi e disordinati, era finalizzato alla realizzazione di qualcosa di unico e irripetibile: un’opera capace non solo di suscitare meraviglia, ma anche di trasmettere con forza l’immagine di una chiesa vibrante e potente, davanti alla quale sottomettersi con stupore.


Una delle parti più interessanti della mostra è proprio l’indagine sul rapporto profondo tra Urbano VIII e Bernini. Si è trattato di un legame fatto di amicizia, collaborazione, protezione reciproca, ma anche di evidente interdipendenza.


Il papa aveva bisogno di un artista capace di dare forma visibile alla grandezza della Roma della contro-riforma e Bernini aveva bisogno di un pontefice disposto ad affidargli spazi, risorse e libertà creativa senza precedenti. L’ascesa dell’uno finì così per intrecciarsi inevitabilmente con quella dell’altro.


Questa alleanza culturale ha lasciato degli evidenti segni in città, non solo nelle statue esposte, nella visione del mondo proclamata attraverso il colonnato di San Pietro, nelle opere architettoniche, ma anche nella commistione, ancora evidente, tra arte, potere e chiesa.

 

A Roma e per lungo tempo l’arte è stata utilizzata anche per trasmettere la centralità di una chiesa che si auto-percepiva come cuore spirituale e politico della cristianità generando dipendenza tra arte e potere.


Il compito della cultura evangelica a Roma è anche quello di saper “leggere” spiritualmente le bellezze barocche e la genialità dei vari artisti che l’hanno attraversata, ma anche immaginare un futuro diverso per gli artisti che l’abiteranno. 


Ci sono ancora tanti passi che la cultura evangelica deve fare per ripensare l’arte in ottica biblica. Uno di questi è invitare gli artisti a misurarsi con le lenti della fede biblica in modo che essa fecondi anche l’arte, fuori dagli schemi estetici cattolici e/o secolari incrostati nel nostro immaginario.


Uno di questi laboratori è la seconda edizione di un’open-call pubblica per artisti visivi proposta dall’Iced di Roma su “La forma del tempo”, prevista per la seconda metà del 2026. L’idea è di aprire uno spazio in cui vedere se tracce della visione biblica del tempo possano dare forma ad una nuova visuale sulla vita: non quella barocca, ma quella riformata secondo l’evangelo.