Campioni del mondo. Lezioni dalla Spagna (anche per la chiesa evangelica)
Nessuna obiezione, nessuna contestazione. Tutti hanno riconosciuto che la Spagna ha vinto meritatamente la Coppa del mondo di calcio 2026. In tutto il torneo, la Spagna è stata la squadra che ha giocato meglio e ha surclassato le avversarie mostrando di essere la migliore. La finale contro l’Argentina è stato il degno epilogo di un campionato giocato alla grande.
A risultato archiviato e a festeggiamenti conclusi, iniziano a fioccare le analisi tecniche. Quale è stato il segreto della squadra spagnola? Quali i motivi della sua superiorità schiacciante? In un interessante articolo sull’Avvenire (21/7/2026), Alberto Caprotti sostiene giustamente che “non si tratta soltanto di una vittoria sportiva, ma della consacrazione di un modello culturale e sportivo basato sulla programmazione e sulla scelta di un percorso virtuoso che valorizza i vivai e protegge i talenti di casa”.
In altre parole, la vittoria della Spagna non è stata improvvisata e non è stata casuale. Dietro non c’è solo la tecnica calcistica e la bravura del singolo campione, ma programmazione e visione di lungo periodo. Dentro la vittoria c’è una cultura.
Ad esempio, i vivai delle squadre spagnole sono valorizzati: i giovani esordiscono prima che in Italia e trovano posto nelle prime squadre potendo quindi crescere ed affermarsi. Non solo: “i ragazzi spagnoli crescono imparando i medesimi principi: dominio dello spazio, coraggio nell’uno contro uno, tecnica in velocità e riaggressione immediata”. Detto in un altro modo, in Spagna il calcio è “intensità atletica, verticalità e riaggressione”.
A questo punto, è scontato il paragone con l’Italia calcistica che da svariate edizioni non riesce nemmeno a qualificarsi per il campionato. Oltre alla mancata valorizzazione dei giovani, per Caprotti, l’Italia “è rimasta prigioniera di un sistema autoreferenziale e conservatore, lento nelle letture e pauroso di fronte ai cambiamenti”.
La conclusione è tranchant: “la lezione della Spagna e di questo Mondiale è sotto gli occhi di tutti: il futuro appartiene a chi ha la visione e il coraggio di scommettere sui propri giovani”.
C’è molta materia su cui riflettere per il calcio italiano, non solo per i nuovi vertici della Federazione, ma per tutto il mondo che ruota intorno al pallone: società sportive, media, giocatori, appassionati, tifosi, … tutti. Anche per le chiese evangeliche.
Sarebbe bello aprire tavoli di conversazione su cosa le chiese evangeliche italiane possono imparare dalla Spagna campione del mondo. Proviamo ad immaginare qualche spunto di discussione.
1. Il rapporto con i giovani è tanto delicato quanto strategico per il futuro della testimonianza evangelica. Quale intenzionalità abbiamo nei confronti dei giovani credenti? Quali occasioni di servizio? Quali piste di formazione? Quali opportunità di crescita ministeriale? Quali spazi di dialogo e ascolto? Quale incoraggiamento nel perseguire le diverse vocazioni? Quale grado di tolleranza rispetto ad eventuali errori di immaturità o performance non all’altezza?
L’impressione è che le chiese evangeliche italiane attendano troppo a coinvolgere i giovani nelle diverse attività interne ed esterne, con il rischio di ritardarne la crescita e la maturazione. Questo approccio “conservatore” e “diffidente” è potenzialmente rischioso.
2. La formazione offerta nelle iniziative ecclesiali e para-ecclesiali (campi, convegni, ecc.) è un altro punto cruciale. In Spagna si insegna “dominio dello spazio, coraggio nell’uno contro uno, tecnica in velocità e riaggressione immediata”. Cosa si trasmette ai giovani nelle chiese evangeliche italiane? Quale immaginario? Quale lettura spirituale e culturale della realtà? Quale memoria e progettualità? Quale tasso di evangelicità? Quale visione della famiglia evangelica nazionale e globale? Quale percezione della missione evangelica in qualsiasi campo vocazionale?
L’impressione è che ai giovani si trasmettano brandelli di sub-cultura evangelica fatta di evasione, luoghi comuni, vangelo individualista, ma poca cultura evangelica. I giovani non sono alfabetizzati all’evangelicalismo, alle sue storie, alle sue figure, alle sue istituzioni (chiese, Alleanza evangelica, Losanna). Insomma, si dà l’idea di un mondo evangelico piccolo, senza spessore storico e privo di respiro internazionale.
Quello che Caprotti dice dell’Italia calcistica potrebbe essere detto dell’Italia evangelica: essa “è rimasta prigioniera di un sistema autoreferenziale e conservatore, lento nelle letture e pauroso di fronte ai cambiamenti”.
Brava la Spagna a vincere il mondiale. Che serva anche da sprono all’Italia calcistica e non solo.