Come ti desacralizzo la cucina italiana

 
 

Ha fatto (ri) parlare molto di sé Alberto Grandi, professore di Storia delle imprese e storico dell’alimentazione all’Università di Parma. Questo marzo, l’accademico mantovano è stato intervistato dal Financial Times su un suo libro pubblicato cinque anni prima: Denominazione di Origine Inventata. Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani, Mondadori, 2018 (dal quale è nato anche un podcast nel 2021). Secondo la tesi dell’autore, molte delle eccellenze gastronomiche del Bel Paese sarebbero nate solamente a partire dagli anni del boom economico, per poi stabilizzarsi grazie a imprenditori e coltivatori italiani, che per scongiurare l’incombente crisi industriale degli anni ‘70 decisero di costruire attorno a determinati prodotti tradizioni millenarie difficilmente verificabili e ampiamente opinabili.

Per esempio, alcuni piatti non esistevano prima degli anni ’80 (il tiramisù); altri, dall’essere stati sempre prodotti industriali sono diventati artigianali solamente negli ultimi 20 anni (il panettone); altri ancora non assomigliano per nulla all’originale (il Parmigiano, il cui vero antenato è tutt’ora prodotto nel Wisconsin dove una famiglia parmigiana emigrò nei primi del ‘900). Altre pietanze, invece, oggi sono preparate in un certo modo perché hanno avuto la possibilità di “emigrare” e di tornare molto più perfezionate (lo so, farà male, ma la pizza conobbe il suo upgrade a New York, dove gli immigrati italiani poterono utilizzare prodotti che in Italia non si trovavano). In altri casi, anche se fatti in Italia, questo fu possibile perché i prodotti e l’idea di unirli provenivano dall’estero (è il caso della carbonara, preparata da un cuoco italiano nel 1944 a Riccione per dei soldati americani che avevano portato con sé pancetta, crema, formaggio e polvere di tuorli d’uovo. La carbonara di oggi sarebbe degli anni ‘90).

Questo per dire che è storicamente inattendibile pensare che gli italiani abbiano portato avanti così tante superlative e costose tradizioni culinarie millenarie, dato che fino al boom economico il paese versava in condizioni di estrema povertà e indigenza.

Non c’era dubbio che lo studio di Grandi avrebbe suscitato scalpore, rifiuto e reazioni violente. Dalla politica alle singole aziende, dai giornali all’opinione pubblica, tutti si sono inferociti contro il professore accusandolo di ledere l’identità degli italiani andando ad attaccare le radici della sua lunga tradizione culinaria. Secondo Grandi “quando una comunità si trova privata del suo senso di identità, a causa di un qualsiasi shock storico o di una frattura con il suo passato, inventa tradizioni che fungono da miti fondanti”.

In poche parole, la generazione del secondo dopoguerra, dopo aver perso tutto, trovò in queste tradizioni poco attendibili un appiglio al quale aggrapparsi e costruire una propria identità. Come succede con tutto ciò che non viene gestito con la giusta prospettiva (biblica), da fattore momentaneamente utile per rafforzare uno spirito abbattuto, il cibo è arrivato ad essere un idolo sacro che non può essere toccato. Per dirlo in un altro modo, il cibo è diventato consustanziale agli italiani: se si parla male del primo, i secondi si offendono; se si scalfiscono le radici del primo, i secondi penseranno che qualcuno stia cercando di cancellare dalla loro memoria i loro primi anni di vita; se si modificano le ricette (recenti) del primo, i secondi crederanno di essere vittime di qualche esperimento da laboratorio dove si vuole modificare la loro genetica.

Nessuno può negare la prelibatezza (attuale) della cucina italiana, ma per essere intellettualmente onesti, secondo il pensiero di Grandi, bisogna ammettere che ciò che abbiamo oggi non è quello che era ieri e non sarà quello che avremo domani. Se l’identità degli italiani è basata sui piatti che vengono cucinati ogni giorno, essa sarà ondivaga e irregolare quanto le loro ricette, ma se essi troveranno la loro identità ultima nel Signore Gesù Cristo, colui che è “lo stesso ieri, oggi e in eterno” (Eb 13:8), potranno distruggere l’idolo culinario e beneficiare abbondantemente e con soddisfazione del “ben di Dio” che la nazione offre ai suoi cittadini e turisti.

Con questo in mente, sarà quindi una buona occasione partecipare alla 35° edizione delle Giornate teologiche su fede e cibo, dove si cercheranno di delineare i vettori biblici per godere veramente del cibo e valorizzare chi lo prepara, senza sminuire o elevare “il nostro pane quotidiano”.