Enzo Bianchi (1943-2026), teologo cattolico solo a prima vista vicino alla Bibbia
Il cattolicesimo è come una squadra con diversi interpreti in diversi ruoli. C’è chi sta in difesa, c’è chi allarga il gioco, c’è chi prova strategie nuove, c’è chi vuole giocare sempre con lo stesso schema. In fondo, ogni ruolo è funzionale al mantenimento del sistema che sta in piedi e cresce per la presenza di giocatori con diverse propensioni e che operano in zone del campo diverse.
Enzo Bianchi è stato un teologo cattolico che stava sull’ala sinistra dello scacchiere cattolico, molto allargato rispetto alla fascia centrale del campo, ma non per questo avulso dal gioco. Al contrario. Dopo il Concilio Vaticano II, Bianchi ha interpretato il ruolo dell’avanguardia nelle praterie aperte dell’ecumenismo verso Oriente e verso il protestantesimo, agganciandolo all’esperienza monastica di cui si è fatto paladino e interprete.
Nel 1965, a Concilio appena chiuso, Bianchi fonda la Comunità monastica di Bose a Mignano (Biella) da dove svolgerà un’intensa attività di studioso, pubblicista, conferenziere, attirando l’attenzione anche della cultura secolare per la parlata forbita eppure dal gusto contadino e popolare. Bose è materialmente piccola e sperduta, ma lì si tengono convegni teologici internazionali e viene aperta una casa editrice di una certa vivacità (Qiqajon). Bianchi gira in lungo e in largo l’Italia per conferenze affollate. I suoi articoli vengono pubblicati da La Stampa e da Repubblica. Pubblica fior di libri con Einaudi e Rizzoli. Diventa una voce conosciuta al grande pubblico del cattolicesimo ecumenico, progressista, a cui associa lo stile di vita frugale del monachesimo.
Papa Francesco è la sua croce e delizia. Da un lato, Bianchi si identifica in modo appassionato con il cattolicesimo “caldo” del papa argentino, poco avvezzo a sofismi teologici e canonici e molto incline ad allargare le maglie della cattolicità a tutto e a tutti. Dall’altro, è sotto papa Francesco che Bianchi viene allontanato da Bose (la sua creatura) perché accusato di non facilitare la transizione verso il nuovo priore. Gli ultimi anni della sua vita sono funestati da questa controversia che lo obbliga a lasciare Bose e a ritirarsi in una nuova località.
Anche se non aveva titoli accademici rilevanti, Enzo Bianchi si presentava come un biblista e molti suoi scritti sono in effetti commenti alla Scrittura o intrisi di essi. In effetti, aveva un approccio alla Bibbia che denotava una certa freschezza e profondità. Anche per questo attirava lettori cattolici e laici (ed evangelici). Tuttavia, questo era solo un lato della medaglia. Quando la Bibbia sembrava allinearsi al pensiero universalista, cattolico, abbracciante tutte le esperienze di vita, Bianchi ne sottolineava la rilevanza. Quando, invece, la Bibbia parlava di peccato, ira di Dio, giudizio divino, perdizione, … il monaco di Bose era abile nel glissare nel migliore dei casi o nel rivoltare il discorso in modo da “annientare” le asperità scomode e politicamente scorrette.
Un esempio del suo approccio può essere riscontrato nel volume Ero straniero e mi avete ospitato, Milano, Rizzoli 2006. Il libro raccoglie tre saggi che trattano dello straniero nella Bibbia, dell’accoglienza dei tre uomini da parte di Abramo e un saggio più generale sulla pratica dell’ospitalità. Bianchi mette bene in risalto il tenore complessivo dell’insegnamento della Scrittura che favorisce l’incontro, la condivisione e l’apertura verso l’altro. “Da Abramo in poi, Dio attraverso i suoi inviati, e massimamente in Gesù Cristo, si fa pellegrino, ospite straniero sulla terra, e chiede accoglienza agli uomini” (84). Per questa ragione, “il posto dei cristiani è nella compagnia degli uomini” (17).
Bianchi evidenzia, tuttavia, una difficoltà a trattare la sottolineatura alla purezza e all’identità contenute nella Bibbia. La mancanza di una lettura canonica lo induce a contrapporre vari insegnamenti biblici, come se fossero corpi estranei all’interno della rivelazione biblica, e non corpora che si complementano alla luce della storia progressiva della rivelazione. Da un lato, c’è il filone dell’ospitalità incondizionata, dell’apertura allo straniero, dell’accoglienza dell’altro. Questo filone piace molto a Bianchi che ne sottolinea la forza propulsiva e la grandezza ideale. Dall’altro lato, però, il priore di Bose non può ignorare alcune sezioni della Scrittura soprattutto legate al periodo post-esilico (Esdra, Neemia) ma non solo (si pensi ad alcuni episodi della conquista o del primo periodo monarchico, ad esempio) in cui vede un ripiegamento che cerca “un’identità contro gli altri” e “la santità non nel comportamento ma nella purezza dell’etnia” (30-31). Per lui, si tratta di un “ripiegamento identitario dai tratti xenofobi” (42) e un restringimento dell’interpretazione delle leggi relative agli stranieri (45).
Come se nella Bibbia vi sia un canone nel canone che permette di relativizzare e distanziarsi dalle parti ritenute meno politicamente corrette. Una lettura canonica compiuta avrebbe suggerito uno sforzo interpretativo che coglie l’insieme della rivelazione biblica e non solo una parte sganciata dalle altre. La lettura di Enzo Bianchi è allora suggestiva e stimolante, anche se legata ad uno schema interpretativo che prova imbarazzo di fronte ad elementi costitutivi di tutta la traiettoria biblica. Se preso per intero, tutto il consiglio di Dio spiazza il lettore indisposto ad accettare le piste bibliche ritenute inaccettabili secondo i canoni dell’inclusivismo moderno.
Enzo Bianchi è stato un teologo attento al dato biblico, ma ancora dentro la matrice cattolica progressista che sottopone la Scrittura alla tradizione aggiornata e universalista della chiesa cattolica.