Gesù buono, Cristo cattivo? La solita minestra liberale riscaldata
È da due secoli e mezzo che la teologia liberale ripete stancamente la stessa tiritera. Ci sarebbe il Gesù storico e il Cristo della fede. Il primo (Gesù), un uomo ebreo visionario e a suo modo rivoluzionario che fu travolto dagli eventi della vita; il secondo (Cristo), una costruzione ideologica frutto della fede autoritaria della chiesa.
La distinzione tra Gesù e Cristo risale al 1778 con la pubblicazione del settimo frammento del teologo tedesco Hermann Samuel Reimarus. Secondo questa lettura, Gesù fu un personaggio storico, un ebreo che non aveva nessuna intenzione di uscire dalla sua religione, di fondare una nuova religione, di morire, non si concepiva come l'agnello sacrificale. Si pensava un profeta che annunciava la venuta imminente del Regno di Dio, e chiamava gli esseri umani alla conversione, al cambiamento della vita. La sua predicazione non era semplicemente spiritualistica, aveva risvolti sociopolitici non indifferenti. Prova ne è stata che i poteri costituiti, sia quello ebraico sia l'impero romano, lo eliminaronо. A questa rappresentazione di Gesù vengono in genere associati messaggi di libertà e di inclusione universale.
Poi ci sarebbe il Cristo della dogmatica: la chiesa avrebbe costruito l’immagine di Cristo in quanto Figlio di Dio, eternamente esistente, incastonato dentro una costruzione metafisica rigida e complessa, da cui avrebbe fatto derivare imperativi dottrinali e morali a sostegno di un’istituzione ecclesiastica gerarchica e impositiva. Già Paolo e Giovanni avrebbero iniziato a costruire la figura del Cristo “inventandosi” la storia della resurrezione (mai avvenuta secondo la critica liberale) e allontanandosi progressivamente da quella del Gesù storico; su questa scia, la chiesa antica avrebbe poi costruito i dogmi trinitari e cristologici e le sue confessioni di fede, caricando il Cristo di titoli divini e prerogative cosmiche. Dalla figura del Cristo sarebbero nate le dottrine del peccato e della salvezza che non sarebbero state proprie del Gesù storico.
Questa distinzione è stata cavalcata da tutta la critica liberale otto e novecentesca come una sorta di mantra. A volte viene presentata facendo riferimento alla “cristologia dal basso” (Gesù) come opposta alla “cristologia dall’alto” (Cristo), altre volte evocando il “Gesù della storia” come diverso e distinto dal “Cristo della fede”.
Recentemente, sono usciti due libri che, già dal titolo, ripresentano questa minestra riscaldata e la presentano come dato acquisito. Penso al libro del sopravvalutato Vito Mancuso, Gesù e Cristo, Milano, Garzanti 2025 (da notare la “e” tra i due nomi come se si trattasse di due persone e non della stessa), e a quello ancora più recente (anche se in traduzione) di Philip Pullman, Il buon Gesù e il cattivo Cristo, Firenze, Ponte alle Grazie 2026.
Interessante il titolo di Pullman: Gesù sarebbe buono in quanto idealista, agitatore, critico del potere; Cristo sarebbe cattivo in quanto dogmatico, dottrinario, divisivo.
Questa è la deformazione che la teologia liberale ha introdotto non solo negli studi accademici, ma anche nell’opinione pubblica. Biblicamente, però, la distinzione tra Gesù e Cristo non regge. I vangeli e tutta la Bibbia ci presentano Gesù in quanto Cristo e Cristo in quanto Gesù: stessa persona. In altre parole, Gesù è il Cristo, il Messia, il Signore. Il Gesù storico è il Cristo, il Figlio di Dio incarnato. Non c’è distinzione tra i due. Cristo è un titolo di Gesù. La fede in Cristo è la fede in Gesù di Nazaret. La Bibbia ci parla di Gesù il Cristo, non di un altro.
Mutuando due degli avverbi del Concilio di Calcedonia (451 d.C.) a proposito della relazione tra le due nature di Gesù Cristo, la divina e l’umana, si può dire che Gesù è il Cristo e il Cristo è Gesù “senza divisione” e “senza separazione”.