La parabola politica di Umberto Bossi e l’impossibile federalismo in Italia

 
 

Nell’immaginario popolare Umberto Bossi (1941-2026) è associato al federalismo. È lui che lo ha popolarizzato in Italia e lo ha fatto entrare nel dibattito politico. Quanto lo abbia assimilato e ancor più realizzato è tutto da dimostrare. Anche dopo Bossi e la Lega al governo, l’Italia rimane un Paese sostanzialmente refrattario al federalismo. 


Qui di seguito riporto alcune note di una relazione che tenni ad un convegno sul federalismo. Era il 1999. Bossi e la Lega parlavano di federalismo con un certo fervore. C’erano spazi per provare a seminare qualcosa sulla necessità di una cultura federalista, più che di qualche provvedimento localista o autonomista. Vi era qualche spiraglio per suggerire che il federalismo istituzionale sta in piedi se è sostenuto da una cultura federalista. La scomparsa di Bossi forse seppellirà il tema del federalismo italiano per il prossimo futuro, ma prima che le riforme in senso federalista, rimane d’attualità il discorso sulla “riforma” di cui l’Italia ha bisogno: primariamente spirituale e poi culturale.


Parlo da teologo evangelico. Non sono interessato tanto alla configurazione politico-istituzionale del federalismo quanto al retroterra culturale del federalismo cioè la cultura che costituisce l’humus di valori e di idee, il patrimonio ideale che rende possibile e fa funzionare un modello federale. Assumo che il federalismo non sia semplicemente una formula istituzionale né un esperimento d’ingegneria costituzionale. Il federalismo è in primo luogo una cultura di vita associata prima di essere un assetto giuridico-istituzionale dello stato.


Storicamente, si può sostenere che il federalismo moderno come noi lo conosciamo sia stato elaborato e sperimentato all’interno di una cultura europea e americana profondamente intrisa di protestantesimo. Questo non è un dato privo di significato. Il federalismo viene inventato in una cornice religiosa protestante. Il protestantesimo ha per così dire fornito gli strumenti concettuali e ha costituito l’universo di valori di riferimento per il suo sviluppo. Cerco di spiegarmi. 


All’interno della teologia riformata è stata sviluppata l’idea di una teologia federale, una comprensione della Rivelazione basata cioè sulla categoria dell’alleanza (foedus) tra Dio e l’uomo. Dio intrattiene un rapporto con l’uomo attraverso un patto con lui. L’alleanza che Dio stabilisce con l’uomo è un patto che rende l’uomo libero e responsabile, un patto che prevede delle prerogative di cui beneficiare e delle condizioni da rispettare, oggi diremmo dei diritti e dei doveri. 


Sulla scorta della teologia federale, sono stati elaborati i capisaldi dell’etica protestante, quali la libertà e la responsabilità. Non stupisce che la categoria di foedus, alleanza sia stata poi impiegata per ripensare anche i rapporti tra persone e la vita associata nel suo complesso. Perché legati a Dio da un patto, gli uomini si legano tra loro mediante un patto che sancisce la loro libertà e delinea la loro responsabilità gli uni nei confronti degli altri. In questo modello non ci sono soggetti considerati superiori (stato, chiesa, ecc.) che travalicano la libertà e la responsabilità di coloro che hanno stretto un’alleanza tra loro. Il patto costituisce il quadro all’interno del quale si vive liberamente e responsabilmente. 


Non solo la teologia e l’etica ma anche l’ecclesiologia protestante costituisce un elemento da non sottovalutare. Infatti, nella visione evangelica, è la comunità locale dei credenti il luogo primario e privilegiato della vita della fede. Certamente, le chiese si rapportano le une alle altre ma questo collegamento avviene salvaguardando e valorizzando l’autonomia delle chiese locali. 


Tutto ciò ha fatto sì che il protestantesimo sia di fatto diventato la matrice culturale del federalismo. Non l’unica certamente ma comunque determinante. Questo non è vero solo per quanto riguarda le origini del pensiero federalista ma anche per quanto riguarda la sua traduzione istituzionale. Il federalismo ha attecchito e funzionato nei paesi di tradizione protestante o comunque con una massiccia presenza protestante. Ancora oggi, quali sono gli stati ad assetto federale se non alcuni paesi fortemente impregnati di cultura protestante?


Se il mio discorso sul binomio federalismo-protestantesimo è plausibile, allora mi pongo una domanda: come è possibile parlare di federalismo e soprattutto attuare il federalismo in Italia quando la nostra cultura è stata refrattaria al protestantesimo? Come possiamo fare il federalismo se nei nostri geni culturali il cattolicesimo non ha instillato valori come quelli di patto, di libertà, di responsabilità bensì quelli di mediazione che esautora la responsabilità, di delega in bianco e di autoritarismo? Con questo voglio dire che non basta lottare per una costituzione federale per avere il federalismo. Senza una cultura giuridica, politica, sociale capace di nutrire il federalismo, una riforma costituzionale in senso federale non servirebbe granché. Sarebbe come avere una bella macchina senza saperla guidare. Non si può innestare artificialmente il federalismo su una piattaforma che lo respinge. Sarebbe un’operazione surrettizia e inconcludente. Ci vuole una cultura diversa, una cultura in grado di reggere il federalismo. Come scrisse William Penn, il fondatore della Pennsylvania, “i governi, come gli orologi, vanno secondo la carica che gli si dà”. Non basta l’ingranaggio dell’orologio per farlo funzionare, bisogna caricarlo continuamente.


La via di avvicinamento al federalismo in Italia ha una strada obbligata, e cioè la scoperta di categorie ideali e valoriali nuove e diverse da quelle che la nostra cultura cattolica ci ha trasmesso. Per il federalismo, il nostro armamentario culturale è inadeguato, è insufficiente, anzi non può che soffocarlo. Per superare il deficit della nostra cultura cattolica, non bastano nemmeno le istanze autonomiste/localistiche o la protesta anticentralista: ci vuole qualcosa di qualitativamente diverso. Per fare il federalismo in Italia, bisogna appropriarsi di strumenti che la cultura protestante ha nel tempo affinato: patto, libertà, responsabilità, autonomia della comunità locale. Questa è la grande scommessa del federalismo in Italia. La prima, vera riforma necessaria è una riforma spirituale e culturale. Le scorciatoie non portano da nessuna parte.