L’Europa in rivolta e un patto da ricostruire
Le immagini sembrano raccontare una sola rivolta: scuole occupate in Francia, tende nelle piazze spagnole e portoghesi, manifestazioni in Italia, scontri a Tirana, cortei studenteschi in Serbia.
Le cause, però, sono diverse. In Francia studenti e insegnanti chiedono più risorse per scuole segnate dalla carenza di personale e dal degrado degli edifici. In Spagna e Portogallo la protesta riguarda soprattutto la casa e il costo della vita. In Albania prevale la contestazione del governo. In Serbia il movimento studentesco è nato dopo il crollo della pensilina della stazione di Novi Sad, che nel novembre 2024 causò sedici morti, ed è diventato una vasta mobilitazione contro la corruzione e per la trasparenza delle istituzioni. Non esiste dunque un’unica protesta europea. Esiste, però, una distanza crescente tra le promesse delle istituzioni e l’esperienza quotidiana di molti cittadini, soprattutto giovani.
La violenza va sempre condannata senza esitazioni. Devastare un negozio o aggredire una persona non costruisce giustizia. Anche occupare una scuola può diventare un impedimento al diritto allo studio. Però, anche se le rivolte sono sempre moralmente inaccettabili, spesso sono politicamente rivelatrici.
Proteste diverse, una stessa distanza
Chi scende in strada non chiede ovunque la stessa cosa. Molti condividono però la sensazione che le istituzioni siano diventate lontane dalla vita reale. La scuola promette mobilità sociale, ma spesso non dispone delle risorse necessarie. Il lavoro non garantisce autonomia. La casa assorbe una parte crescente del reddito. I servizi pubblici arretrano proprio mentre aumenta il bisogno di protezione.
L’Italia mostra (dati Istat e Ocse) con particolare evidenza questa difficoltà. Nel 2025 il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 34 anni era del 43,9 per cento, contro il 58,1 per cento dell’Unione europea. Tra i laureati di 25-34 anni il divario rimaneva ampio: 74 per cento contro l’86,5 per cento europeo. Nello stesso anno il 13,3 per cento dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studiava, non lavorava e non seguiva percorsi formativi; nel Mezzogiorno la quota raggiungeva il 20,2 per cento. Anche quando il lavoro arriva, l’ingresso è spesso fragile: oltre due giovani su tre entrano nell’occupazione con un contratto a termine. Nel frattempo, tra il 2012 e il 2023 più di 400 mila italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese. Non tutti sono partiti per necessità, ma salari bassi, precarietà e prospettive lente rendono difficile il ritorno. Il problema non riguarda soltanto i giovani. Nel 2025 le retribuzioni contrattuali reali in Italia erano ancora inferiori dell’8,8 per cento rispetto al gennaio 2021. Ed è soprattutto chi deve avviare un percorso professionale, trovare una casa e costruire una famiglia a risentire più direttamente di questa perdita di potere d’acquisto.
Le situazioni europee restano molto diverse. Un giovane italiano, tedesco o rumeno non incontra le stesse opportunità. Ma la domanda comune rimane: quanto è credibile una società che chiede ai giovani autonomia, preparazione e flessibilità, mentre rende sempre più difficile la costruzione di una minima stabilità e indipendenza?
Il debito che lasciamo
Il debito tra le generazioni non è soltanto quello registrato nei bilanci pubblici. Infatti, la questione generazionale non può essere ridotta a un conflitto contabile fra pensioni e salari. In gioco c’è la giustizia fra chi ha ricevuto il mondo, chi lo abita oggi e chi non è ancora nato.
Nella visione biblica, la terra non è un possesso assoluto. È un affidamento. La vita sociale non è una proprietà da consumare, ma un’eredità da custodire e trasmettere. Ogni generazione riceve qualcosa che non ha prodotto da sola. Istituzioni, conoscenze, infrastrutture, libertà, territori e fiducia. Proprio per questo non ha il diritto di esaurirlo.
Noi, invece, abbiamo spesso trasformato l’eredità in rendita. Abbiamo chiesto allo Stato di garantire desideri crescenti senza interrogarci sulla loro sostenibilità. Abbiamo misurato la prosperità attraverso il consumo immediato e chiamato austerità ogni tentativo di riconoscere un limite. Ma una promessa pubblica finanziata scaricandone il costo su chi non può ancora votare non è solidarietà. È appropriazione.
Il debito più grave dell’Europa non compare nei bilanci. È il debito di fiducia verso una generazione alla quale abbiamo insegnato a desiderare tutto, consegnandole sempre meno strumenti per costruire. Ricostruire il patto generazionale non significa mettere giovani e anziani gli uni contro gli altri o trasformarli in concorrenti per risorse sempre più scarse. La dignità dell’anziano e la speranza del giovane non sono interessi incompatibili. Lo diventano quando la politica distribuisce protezioni e privilegi in base alle sue aspettative elettorali.
Una politica che non prometta tutto
Una società entra in crisi quando non riesce più a spiegare per quale bene comune valga la pena contribuire, attendere e rinunciare a qualcosa.
La politica moderata (o centrista) degli ultimi decenni ha spesso confuso la responsabilità con la semplice amministrazione. Ha parlato di procedure e compatibilità senza chiarire quali priorità intendesse difendere. Ha promesso stabilità mentre aumentavano insicurezza e disuguaglianze.
In questo vuoto avanzano le risposte più semplificatrici: il popolo contro le élite, i cittadini contro gli stranieri, i giovani contro gli anziani, la sicurezza contro la libertà. E in questo perimetro, il populismo intercetta sofferenze reali, ma tende a trasformarle in una guerra contro qualcuno. La sua forza nasce anche dalle verità che altri hanno evitato. Le risorse pubbliche sono limitate. L’integrazione può fallire. L’immigrazione deve essere governata. La sicurezza è un bene comune. Il welfare non può promettere prestazioni senza indicare chi le finanzierà.
Riconoscere questi limiti non significa rinunciare alla solidarietà. Significa renderla credibile. Anche la politica tecnocratica, però, deve ricordare che i cittadini non sono soltanto utenti di servizi. Sono persone chiamate a partecipare, contribuire e assumersi responsabilità. La democrazia non può ridursi né alla gestione degli esperti né alla mobilitazione delle paure.
Gli assoluti che ci dividono
Una lettura cristiana della crisi aiuta a riconoscere gli idoli del nostro tempo. Il mercato diventa un idolo quando pretende di stabilire il valore di ogni cosa; lo Stato quando promette di eliminare ogni rischio; la nazione quando l’amore per una comunità si trasforma nel rifiuto del prossimo. Anche i diritti si deformano quando vengono separati dai doveri e dai legami che li rendono possibili. La stessa protesta diventa un assoluto quando considera la rabbia una prova d’innocenza e la distruzione una forma di verità.
La tradizione biblica non riconosce sovranità definitiva a nessun potere umano: non al governo, non al mercato, non alla maggioranza e neppure alla piazza. Tutte queste realtà hanno un compito, ma nessuna può occupare l’intera vita sociale. Una società libera ha bisogno di famiglie, scuole, imprese, associazioni, amministrazioni, sindacati e comunità religiose capaci di assumersi responsabilità. Se lo Stato invade ogni spazio, le comunità si indeboliscono. Se il mercato domina ogni relazione, la cura diventa un privilegio. Se le famiglie vengono lasciate sole, la libertà rimane accessibile soltanto a chi dispone di risorse. La libertà, insomma, non nasce dall’assenza di legami, ma dalla presenza di legami giusti.
Alcune scelte necessarie
Ricostruire il patto sociale richiede innanzitutto priorità riconoscibili. La prima è la scuola. Personale stabile, competente e ben retribuito, edifici sicuri e classi sostenibili non sono spese accessorie, ma investimenti nella partecipazione economica e civile. La seconda è la casa. Occorre ampliare l’offerta di alloggi accessibili, recuperare il patrimonio inutilizzato e favorire contratti di locazione stabili, soprattutto per giovani e famiglie. La terza è il lavoro. Servono percorsi d’ingresso meno precari, retribuzioni adeguate e condizioni che rendano conveniente per i giovani restare o tornare in Italia. La quarta riguarda la spesa pubblica. Ogni nuova misura dovrebbe essere valutata anche per i suoi effetti sulle generazioni future, privilegiando istruzione, infanzia, ricerca, lavoro e protezione del territorio. Infine, l’immigrazione deve essere governata attraverso canali regolari, apprendimento della lingua, inserimento lavorativo, tempi certi per le richieste di protezione e rispetto effettivo delle regole. Accoglienza e controllo non sono principi opposti, ma parti della stessa responsabilità.
Una politica credibile non promette tutto a tutti. Indica ciò che vuole proteggere, ciò che deve cambiare e i costi delle proprie scelte.
La responsabilità dei cristiani
In scenari come questi, le chiese devono evitare due tentazioni opposte: la fuga spiritualistica e l’arruolamento politico. La prima considera la scuola, il lavoro, il welfare, la sicurezza e l’immigrazione questioni estranee alla fede. La seconda trasforma il messaggio cristiano nella giustificazione religiosa di uno schieramento. [1]
Il compito delle chiese non è, infatti, benedire il centro, la destra o la sinistra. È testimoniare che nessun partito possiede interamente la giustizia e che nessun avversario politico cessa di essere il nostro prossimo. La sicurezza non giustifica la disumanizzazione dello straniero. La solidarietà non autorizza l’irresponsabilità. La libertà non coincide con l’assenza di limiti. Il bene comune non è la somma delle richieste più forti, ma la cura anche di chi ha meno voce e di chi verrà dopo di noi.
Ricostruire dopo l’agitazione
Le proteste europee non hanno un’unica origine e non autorizzano diagnosi sommarie. Mostrano però che una parte della società non si riconosce più nelle promesse delle istituzioni.
L’agitazione rende visibile una ferita, ma non la cura. Riportare l’ordine nelle piazze è necessario, ma non basta. Occorre ridurre la distanza tra le promesse pubbliche e la vita reale, restituendo credibilità al vivere sociale. E per questo non servono nuove promesse. Serve piuttosto un patto nel quale libertà e responsabilità, solidarietà e limite tornino a sostenersi, ricordando che il contrario della protesta non è l’obbedienza passiva. È una giustizia capace di futuro.
[1]: Per una riflessione recente cfr. AaVv, “La politica del vangelo”, Studi di teologia N. 76 (2026).