L’IA e le certezze infondate. Sopravviveremo all’“epistemia”?

 
 

Quando la Riforma protestante si diffuse in Europa e nel mondo poté avvantaggiarsi nella provvidenza di Dio di due grandi innovazioni tecnologiche dell’epoca: la stampa a caratteri mobili e i mezzi e gli strumenti per la navigazione oceanica. In mezzo alle transizioni epocali, c’è sempre un sano ottimismo che si può esercitare di fronte alle nuove tecnologie. Esse sono sempre soggette alla sovranità indiscussa di Dio che le governa meglio di noi per portare avanti il suo piano di salvezza fino alla fine. 


Oggi l’Intelligenza Artificiale (IA) è forse la tecnologia in più rapida espansione. Certo Dio è in grado di fare cose meravigliose per mezzo di essa. Dovremmo pregare per tutti coloro che operano più direttamente in questi settori affinché siano illuminati dall’alto mentre progettano, decidono e applicano. Forse, più spesso, ci limitiamo a pensare in modo individualistico ai modi in cui una nuova tecnologia possa favorire i nostri singoli interessi e alleggerire il nostro lavoro, trascurando l’interesse più ampio, sociale, comunitario, sistemico.


Ciò premesso, mi ha fatto riflettere un post su LinkedIn di Walter Quattrociocchi, professore di 

Data Science alla Sapienza di Roma che introduce la parola “Epistemia”. “Epistemia” è un neologismo entrato nel 2026 nella Treccani che così la definisce: La confortevole illusione di conoscenza prodotta dall’interazione con l’IA generativa dei grandi modelli linguistici (LLM), là dove la plausibilità simulativa del discorso fluente e la coerenza narrativa sostituiscono l’efficienza cognitiva e l’affidabilità dei dati”.


Detto in modo semplice con le parole di Quattrociocchi: “Ci stiamo ammalando di epistemia, l'illusione di sapere cose solo perché l'AI le scrive bene. L'intelligenza artificiale è molto brava a farci credere di sapere cose che non sa. E noi ci stiamo convincendo di conoscerle, mentre ci affidiamo a risposte che suonano bene. (Wired.it, 12 dicembre 2025).


L’immagine su citata mostra che le persone che usano IA generativa mostrano meno disponibilità a sospendere il giudizio e ammettere di non sapere, acquisiscono sempre minore conoscenza accurata, perché l’IA dà loro risposte veloci, dettagliate e ben scritte. Per questo, acquisiscono una maggiore fiducia nell’esprimere conoscenze errate.


Quattrociocchi è preoccupato del cambiamento che l’uso dell’IA può generare nella soglia metacognitiva della risposta, cioè la soglia minima di certezza interna che esercitiamo prima di esprimere un giudizio o prendere una decisione. Il libro dei Proverbi è pieno di avvertimenti a tal proposito. 


Siamo forse di fronte ad una generazione che avrà sempre più forti convinzioni infondate, una generazione più orgogliosa, sempre meno capace di ammettere l’errore o di non sapere, priva di quella soglia minima di umiltà necessaria per mettere in modo il processo di conoscenza secondo la sapienza di Dio.


Difficile condividere l’evangelo con tali “sapienti”, difficile promuovere l’apologetica, ancor più difficile mostrare che l’unico fondamento credibile ed evidente è quello della rivelazione divina.

In realtà non c’è nulla di completamente nuovo qui, come ci ricorda l’Ecclesiaste. L’uso improprio dell’IA rischia soltanto di alimentare e peggiorare lo stato “del cuore ottenebrato” di cui parla l’Apostolo Paolo nella lettera ai Romani. Cosa vecchia quindi. 


È tempo di riflettere biblicamente sul nostro uso dell’IA? Certo! Individualmente, ecclesialmente, nelle famiglie e nelle professioni. Ad esempio, gli insegnanti evangelici dovrebbero interrogarsi su come educare ad un uso dell’IA che limiti queste distorsioni e favorisca un’istruzione e una conoscenza umile, che apra la strada all’ascolto dell’evangelo.

 

Se è giusto avere un grande ottimismo in Dio rispetto ai cambiamenti, è altrettanto necessario evitare un iper-ottimismo nell’uomo e nelle sue tecnologie. È necessario esercitare un sano discernimento cristiano, che non ci impedisca di vedere i rischi derivanti dai cuori umani decaduti che generano un’alterata presentazione di tali strumenti e un malsano governo, creando terreni duri per l’evangelo (Matteo 13).


La distorsione del peccato, infatti, s’insinua in profondità e spesso è poco visibile dalla superficie. Essere disposti a vederla vuol dire essere “vigili”: pregare in modo più efficace, delineare le difficoltà che esse possono generare e impegnarsi in attività che arginino tali rischi al fine di allinearsi con l’opera di Dio. 



P.S. Su questi temi si terranno le Giornate teologiche 2026 dell’IFED: “La testimonianza cristiana nell’era digitale” (11-12 settembre 2026).