Quarant’anni fa … Volo!
Disclosure: Giuseppe De Chirico è mio fratello e io ho suonato il basso elettrico nel disco
Erano gli anni dei dischi in vinile e delle musicassette di plastica. Erano gli Anni Ottanta. Era il 1986, quarant’anni fa. Nel panorama musicale italiano, uscivano “Rispetto” di Zucchero, “E adesso tu” di Eros Ramazzotti, “Bonne soirée” di Pino Daniele, “Signora Bovary” di Francesco Guccini, “Bugie” di Lucio Dalla, “Bello e impossibile” di Gianna Nannini. Allargando lo sguardo al mondo, spopolavano “The Final Countdown” degli Europe e “Papa Don’t Preach” di Madonna.
Questa è la macro-cornice musicale di un disco che, nel suo piccolo, ha movimentato il mondo evangelico italiano di quegli anni. Nel 1986 uscì “Volo”, opera prima di Giuseppe De Chirico, un poco più che ventenne cantautore che veniva dalla gavetta di piccoli concerti all’aperto o nelle chiese evangeliche e che nella sua poetica musicale portava un intrigante combinato disposto di freschezza e raffinatezza.
“Volo” non fu una meteorite o un episodio isolato. In quegli anni si respirava un certo fermento nel campo musicale. Negli USA, la Contemporary Christian Music (CCM) spaziava in tutti i generi musicali ed era diventata un’industria importante. In Europa si tenevano congressi missionari (Missione 80, Missione 83, Missione 85) in cui la musica contemporanea aveva un ruolo centrale. In Italia si ebbe eco della crescita della CCM con i concerti di Phil Keaggy a Firenze (1984) e dell’inglese Adrian Snell a Torino (1985). Nel 1985 l’Alleanza Evangelica Italiana organizzò un appassionato convegno sulla musica a Poggio Ubertini che collegò le reti europee all’Italia. In anni precedenti avevano prodotto lavori interessanti cantautori evangelici come Sauro Riccetti, Pino Prota e i Li Causi. Band promettenti e dalla vita troppo breve (S. Riccetti, P. Prota, A. Montisci, G. Piccirillo, I. Lorenzini) avevano dato prova di discrete professionalità.
L’interprete principale di quel fermento che lambì anche l’Italia evangelica fu senz’altro Albino Montisci che, dopo il successo di “Son menestrello del mio Signor”, proprio nell’86 usciva con l’album “Stagioni”.
Insomma, l’uscita di “Volo” Giuseppe De Chirico non fu un episodio isolato. Nasceva dentro un movimento a cui anche l’Italia evangelica partecipava (e contribuiva) nel suo piccolo. All’uscita del disco seguì un’intensa attività di concerti che lo portarono a suonare in Italia, in vari Paesi europei, negli USA e in Canada. Giuseppe avrebbe continuato la sua carriera di cantautore con “Fiori nelle mani” (1996) e “Dacci di ricominciare” (2015), oltre a misurarsi con la scrittura poetica, la fotografia e, in anni più recenti, con la chitarra fingerstyle.
Torniamo a “Volo”. Il disco contiene nove brani composti da De Chirico. Oltre alla sua chitarra, contribuirono Samuele Franca (piano e tastiere), Emanuele Saladino (batteria e percussioni), Paolo Lorenzini (chitarre), Marco Cocconi (basso fretless) e altri.
Dentro le sue canzoni, c’è una tessitura musicale in cui confluiscono atmosfere folk-rock e blues, con un accenno anche di bossanova. I testi spaziano da dialoghi onesti sulla necessità di uscire dalle protezioni autogiustificanti (“Guardati dentro”), a meditazioni sulla caducità della vita (“Lentamente”, “Voglio vivere”), a graffianti denunce della saccenza di chi crede di essere al di sopra o di saperla più lunga di Dio (“Superuomo”, “Big Bang”). Struggenti sono “Storia d’amore” e la versione del “Salmo 23” in cui il disco raggiunge forse il suo vertice più alto.
Un’ultima annotazione. Ci volle un certo coraggio a produrre un disco di un poco più che ventenne cantautore di una città di provincia all’interno di un micro-mercato come quello della musica evangelica contemporanea. A distanza di quarant’anni, è cambiato il mondo della musica e non solo, ma ne è valsa la pena.