Marjane Satrapi, Persepolis e la storia di tutti noi
Il 4 giugno scorso è morta, a soli 56 anni, la fumettista e regista iraniana Marjane Satrapi salita a fama mondiale quando nel 2000 in Francia fu pubblicato il suo fumetto in quattro volumi “Persepolis” (trad. it. 2002-03).
In quell’opera illustrata, che con il suo titolo sembrava rimandare alle glorie del grande impero persiano, Satrapi narrava invece, con dolore, ironia e realismo, la sua biografia e la storia del suo amato Iran: la rivoluzione del 1979, la caduta dello Scia, il regime dittatoriale degli ayatollah, le guerre, fino ai primi anni ’90 quando partì definitivamente per la Francia, dove visse e lavorò per il resto della sua vita.
Satrapi era un’artista e, come tale, seppe usare lo strumento artistico – in questo caso il fumetto – per mostrarci non solo l’Iran con gli occhi degli iraniani, ma anche uno scorcio d’Europa con gli occhi di un iraniano. Credo, però, che abbia avuto il merito di mostrarci molto più di questo. Lo ha fatto con una narrazione lineare e senza colpi di scena; in bianco e nero, con i tratti apparentemente semplici di una bambina e con la profondità incisiva della quotidianità. Da piccola sognava d’essere un profeta… e in un certo senso lo è stata.
“Persepolis” è simile a un romanzo di formazione, in forma autobiografica. Nello svolgersi e nel maturare di una vita che passa dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta, pone indirettamente domande profonde e universali sull’identità, sulla storia, sulla religione, sulla tradizione, sulla politica, sull’arte, sulle donne e sugli uomini, sapendo far emergere, anche quando non vuole emettere giudizi, delle grandi verità su tutti noi.
“Persepolis” ci porta con i piedi per terra e ci mostra chi siamo: la nostra ricerca continua di senso, di amore, di appartenenza, di giustizia, il senso di Dio e il rifiuto di lui, la schizofrenia della nostra esistenza tra il profilo pubblico e quello privato. Mostra la forza dell’adattamento (anche al male pur di proteggere la propria sopravvivenza e l’interesse personale), il dualismo delle nostre idee, l’inconsistenza delle rivoluzioni (di destra e di sinistra); ci mostra la realtà di Teheran (che è sotto sotto anche quella di Parigi, Roma o Hong Kong); ci mostra non solo la lotta interna di un paese con sé stesso ma anche la nostra lotta, con noi stessi e in fondo con Dio. Mostra la storia di tutti noi – alla ricerca di identità, vita e libertà. Leggendo “Persepolis” nonostante le ovvie distanze, è impossibile non riconoscere qualcosa di sé.
In questi giorni fa discutere soprattutto la sua “morte di dolore” a un anno di distanza dalla morte del marito, alla quale si era aggiunta, probabilmente, la sofferenza per l’ennesimo conflitto nella sua terra. Qualcuno ha descritto la sua dipartita come un finale coerente con il suo modo d’interpretare e raccontare la vita: l’indissolubile legame tra dolore e felicità; quando uno dei due prende tutto lo spazio, la vita non può che cessare. Non a caso il fumetto si conclude con la frase: “la libertà ha sempre un prezzo…”. Ed è vero, ma chi lo può pagare?
Marjane Satrapi aveva scelto di non usare il colore nei suoi disegni per paura che la storia diventasse volgare. Non usare il colore ha reso la vicenda più astratta ma al tempo stesso più vicina a tutti noi. Non disegnare il rosso del sangue, scelta fatta già da altri illustri fumettisti prima di lei, permette di prendere le distanze dagli eventi e dalle memorie e avvicinare il dolore anche con una certa ironia. Il bianco e nero certamente faceva emergere meglio i paradossi e i conflitti insoluti della vita: un dualismo che ritorna irrisolto in tutta la sua opera. Anche se non ha colore, il prezzo dell’integrità e della libertà tanto agognata è troppo grande per essere pagato realmente.
Ho letto “Persepolis” tutto d’un fiato e giunta all’ultima pagina era proprio il rosso del sangue ciò che sentivo mancasse. Non quello dei manifestanti picchiati, non quello dei dissidenti torturati, neppure quello dei “martiri” di guerra o dei polsi auto-tagliati dell’adolescente travagliata, ma il sangue di Cristo. Lei è stata a suo modo profetica mostrandoci chi siamo e la libertà che bramiamo, solo Cristo però ha potuto anche pagare il prezzo di quella libertà, affinché fosse nostra a prescindere dalle circostanze. Lui è il vero Profeta, non c’è bisogno di un altro: esiliato, odiato, incompreso, torturato, morto e risorto ha dato a molte donne iraniane, dentro e fuori un paese ancora in conflitto, e non solo, di trovare davvero identità, vita e speranza.