La saudade portoghese e la controcultura evangelica della gioia
Ci sono parole che identificano una cultura intera. Una di queste è “saudade”, parola in lingua portoghese difficilmente traducibile, ma che plasma la cultura portoghese e lusitana in generale.
La saudade è associata al ricordo di aver goduto in tempi passati che non torneranno più; al dolore di non poter godere nel presente, o di poterlo fare solo nel ricordo. Le radici della saudade sono profonde: forse legate alla memoria di un impero un tempo florido che non c’è più, forse legate al terribile terremoto del 1755 che distrusse Lisbona e da cui la città non si riprese facilmente, forse legate alla lunga stagione del salazarismo con il suo tratto dispotico e alla libertà soffocata. La saudade è un impasto in cui ci sono questi e altri ingredienti.
Anche la psicologia della saudade è complessa. Si può avere saudade di molte cose: di qualcuno che non c'è più, di una persona amata e che è lontana o assente, di qualcuno o qualcosa che non si vede da tanto tempo, di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa), di un cibo, di situazioni, di un amore. Alla saudade si collegano sensazioni di malinconia, nostalgia, tristezza, rimorso, mancanza.
Il “fado” (dal latino fatum, destino) è un genere musicale popolare portoghese che incarna con le sue melodie melanconiche il sentimento della saudade. Nel fado la saudade assurge ad una dimensione quasi cosmica.
La cultura portoghese è intrisa di saudade. Passeggiando per Lisbona ho notato un graffito su un muro in cui era scritto: “Tutto è triste, tutto è fado”. Ecco la quintessenza della saudade: avvolgente, struggente, esprimibile musicalmente con il fado. La saudade è un vero e proprio modo di vivere.
Al di là dell’interesse culturale per la saudade e per la profondità con cui incide le coscienze, la domanda per la cultura evangelica è: come può l’evangelo incontrare, impattare, plasmare la saudade in modo da innervarla con la vitalità della buona notizia di Cristo? Ovviamente, vale anche il contrario: come la saudade si riflette nella cultura evangelica portoghese impattandola dal di dentro senza essere da essa cambiata? Il confronto con la saudade è inevitabile per la fede evangelica: lo subisce, lo evita, lo affronta? E come?
Un riscontro l’ho avuto partecipando al culto evangelico della chiesa battista Plata in un bellissimo quartiere di Lisbona, a pochi passi dal Parlamento e non lontano dal mare. Ecco un banco di prova: un culto evangelico nel cuore della capitale portoghese riflette una cultura della saudade o qualcosa di diverso?
All’ingresso, siamo stati accolti da evangelica cortesia: visto che eravamo estranei, non abbiamo avvertito freddezza e nemmeno smancerie artificiose. C’era un calore che invitava senza essere intrusivo ed invasivo. I canti erano di andamento moderato-allegro dell’innologia evangelica internazionale degli anni Novanta ma in lingua portoghese, suonati da un gruppo musicale acustico composto da chitarra, piano, basso e batteria e i cori guidati da tre voci. La chiesa partecipava al canto seguendo il gruppo senza esserne sopraffatto. C’era una grazia sobria che comunicava un’allegrezza non banalizzata e nemmeno una seriosità formalistica.
È stato amministrato il battesimo a un neo-convertito, poi vi è stata la predicazione su Apocalisse 20 seguita dalla Cena del Signore. Tra un momento liturgico e l’altro, si è pregato per la chiesa perseguitata e per altre situazioni di prova da parte di persone in travaglio. Il tono non era trionfalistico né catastrofistico; non era distante e nemmeno familistico. Come il resto del culto, una sobria gioia evangelica accompagnava le comunicazioni, le preghiere e la predicazione. Al momento dei saluti, molti si sono avvicinati con calore a noi ospiti.
Insomma, a me il culto ha dato l’impressione di essere plasmato da una controcultura evangelica matura della gioia: matura perché non scopiazzata da altre culture eccedenti in salamelecchi e perché plasmante il clima del culto nel suo complesso e non solo una parte.
Al culto si respirava una narrazione controculturale non esibita, non chiassosa, non vistosamente anti-culturale, ma sobria anche se evangelicamente sovversiva. Rispetto ai canoni della saudade culturale, era evidente la presenza della cultura evangelica della gioia non solo in individui, ma nelle pratiche e nel linguaggio ecclesiali.
Domanda: i nostri culti quale cultura dell’evangelo riflettono? Una posticciamente rivestita di vangelo ma intrisa di idoli culturali? O una che da dentro la cultura dominante la sta trasformando in profondità?