Quale relazione tra provvidenza e guerra? Appunti dalla Bavinck Lecture
Un tempo in Occidente di fronte alle guerre le persone si chiedevano perché un Dio considerato buono permettesse tali tragedie. Oggi, dove la concezione di un Dio che governa la realtà è latente, se non del tutto assente, la domanda si concentra esclusivamente sull’agire umano e sul perché l’umanità stia ancora commettendo atti atroci. Il pendolo della storia oscilla tra questi due estremi, così come la soluzione: o incolpare Dio perché considerato responsabile del male o pensare che con un po’ di buona volontà e attivismo le guerre cesseranno di esistere.
Di fronte alla guerra, la visione cristiana aiuta a riequilibrare gli assetti e reimpostare il discorso in modo tale da mantenere una sana tensione tra la provvidenza divina e la responsabilità umana. A parlarne recentemente è stato Henk van den Belt in occasione della decima edizione della Herman Bavinck Lecture, tenutasi presso l’Università Teologica di Utrecht il 4 giugno 2026. Van den Belt è professore di teologia sistematica alla Libera Università di Amsterdam e all’Università Teologica di Apeldoorn, oltreché direttore dello Herman Bavinck Center for Reformed and Evangelical Theology.
Van den Belt ha impostato il discorso riprendendo il pensiero di Bavinck esposto nel libretto intitolato Il problema della guerra, pubblicato nel 1914, appena tre mesi dopo l’inizio della Prima Guerra Mondiale. In esso, Bavinck spiega perché è importante riflettere sulla guerra, illustra la sua comprensione della provvidenza divina e condivide le sue osservazioni sulla guerra in corso. Qui esponiamo la conclusione della presentazione di van den Belt che, con l’aiuto di Bavinck, ha estrapolato tre sfide: quella morale, ermeneutica ed esistenziale.
La sfida morale si chiede quale relazione ci sia tra la provvidenza-giustizia di Dio e la libertà-responsabilità umana. Riconoscendo che Dio non è autore del male e del peccato, pur governando su di essi nella sua provvidenza e onnipotenza, che ruolo gioca la libertà umana? Se Dio è la prima causa, l’umanità, in quanto seconda causa, è completamente subordinata a Dio, ma al contempo responsabile delle proprie azioni.
La tensione biblica sta proprio in questo: credere in un Dio sovrano su ogni cosa, peccato compreso, ma riconoscere altresì la responsabilità dell’uomo di fronte al male commesso. La provvidenza divina non esclude quindi la libertà umana, ma ne è prerogativa. Se Dio non è autore del male, è però suo giudice, perciò l’uomo è chiamato ad agire secondo la legge di Dio. In questo quadro, Bavinck non solo riteneva necessario di agire “negativamente” cioè cessando le guerre “ingiuste”, ma anche di prodigarsi “positivamente” creando realtà istituzionali atte a mantenere la pace (egli era ad esempio a favore della creazione dell’allora Società delle nazioni, sostituita nel 1946 con l’ONU).
La sfida ermeneutica affronta la questione dal punto di vista degli studi biblici. Nella Scrittura ci sono infatti passi dove viene detto che Dio si pente di aver creato l’uomo, come se il male commesso da quest’ultimo fosse così terribile da non poter essere “contenuto” dalla provvidenza divina. Una delle spiegazioni è leggere questi riferimenti come “adattamenti antropomorfi”, cioè l’adozione di termini che descrivono azioni umane per descrivere azioni compiute da Dio. Più che indicare un Dio che ci “ripensa” come qualsiasi umano, indica un rapporto dinamico e vivo, particolarmente con il suo popolo. Dio non è impassibile davanti al male; egli è contristato per esso e nella sua santità non può tollerarlo, eppure decide di mostrare misericordia e pazienza verso persone malvagie e impenitenti.
Infine, la sfida esistenziale ammette che la questione non si possa risolvere interamente e semplicisticamente nel campo della teodicea, cioè la disciplina che cerca di riconciliare la tensione tra un Dio buono e onnipotente e la presenza del male e della sofferenza nel mondo. Eppure, tutte le alternative lasciano l’umanità senza nessuna vera speranza. Dal punto di vista umano, l’unica risposta spiritualmente soddisfacente, ma non per questo epistemologicamente esauriente, è confidare nel fatto che il problema del peccato, quindi anche della guerra, è sotto la gubernatio di Dio in Cristo, il Signore al quale ogni potere in cielo e in terra è stato dato.
Questa consapevolezza porta a gridare con sincerità a Dio per un cambiamento e al contempo a rimettere tutto nelle sue mani: “Fino a quando O Signore, mi dimenticherai? Sarà forse per sempre? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? […] Quanto a me, io confido nella tua bontà; il mio cuore gioirà per la tua salvezza” (Salmo 13, 1; 5).
D’altra parte, questo atteggiamento rischia di diventare passività travestita da una falsa sottomissione. Van den Belt ha notato che la teodicea può diventare “maledicea”, cioè la giustificazione del male perché “tanto se Dio lo permette c’è un motivo”. Dove possibile, in preghiera e opere, la chiesa deve prodigarsi affinché le cose cambino, sia a livello relazionale che istituzionale, pur sempre sottomettendosi alla perfetta volontà di Dio.
Provvidenza divina e guerra umana coesistono, ma non sono da equiparare. La prima è perfetta, la seconda è nelle maggior parte delle volte ingiusta. La sovranità di Dio ammette l’ingiustizia umana, ma non la discolpa. Nella nuova creazione, la pace di Dio prevarrà sulla guerra e la sua perfetta giustizia sarà adempiuta.