Oltre gli stereotipi e la politicizzazione. Chi sono gli evangelici europei?
“Figliocci di Trump”, “nazionalisti cristiani”, “fondamentalisti bigotti”, queste e altre sono le etichette che spesso vengono appiccicate agli evangelici europei da parte di parte della stampa. Non che non vi siano frange a cui questi epiteti più o meno corrispondano. Come in ogni famiglia religiosa o politica che sia, vi sono componenti diverse che vanno riconosciuti e non appiattite. Il problema è che spesso le espressioni più vocali, sguaiate o estremiste danno l’impressione di rappresentare il tutto.
Questa è l’osservazione che da fa sfondo al documento “European Evangelicals in Public Life” che l’Alleanza Evangelica Europea (AEE) ha pubblicato dopo un lungo periodo di fraintendimenti e interpretazioni riduttive dell'identità evangelica sulla stampa europea.
“European Evangelicals in Public Life” è un documento di 7 pagine che intende offrire una definizione bilanciata di ciò che significa essere evangelici oggi. L'evangelicalismo non è un'etichetta sociologica o politica. Ridurre il movimento evangelicale ai sostenitori della destra conservatrice è fuorviante e non aderente alla realtà del contesto europeo.
Chi sono gli evangelici allora? “Gli evangelici sono i portatori della Buona Notizia del Vangelo. La loro identità affonda le radici nel cristianesimo delle origini, attraversa l'eredità della Riforma protestante e si rinnova nei movimenti di risveglio che, nei secoli successivi, hanno riportato al centro la fede personale in Gesù Cristo, l'autorità della Scrittura e la missione di annunciare il Vangelo”. Sono questi i tratti distintivi dell'evangelicalismo.
Specialmente negli ultimi anni, con l’attenzione rivolta a quanto accade nella realtà statunitense, dove il termine "evangelico" è frequentemente associato al sostegno a Trump e al cosiddetto nazionalismo cristiano, è nata l’esigenza di sottolineare il fatto che la realtà evangelica europea è composta da un’identità spirituale comune e primaria che si esprime in orientamenti politici e sociali diversi e secondari
Proprio per questo l'Alleanza Evangelica Europea ha voluto prendere esplicitamente le distanze da ogni tentativo di identificare il movimento evangelico con una particolare agenda politica.
Il documento sottolinea che l'evangelicalismo è un movimento globale, multiculturale e multietnico. L'unità degli evangelici non nasce dall'appartenenza a una nazione, a una cultura o a un orientamento politico, ma dalla comune fede in Gesù Cristo. Proprio per questa dimensione internazionale, esso è portatore di una ricchezza che permette di valorizzare la diversità delle culture e delle tradizioni presenti nelle chiese evangeliche di tutto il mondo.
Da questa identità scaturisce anche una concezione "olistica" della missione cristiana. Vivere il Vangelo significa condividere la fede e la speranza offerte da Cristo, ma anche impegnarsi concretamente per la giustizia, la pace, la riconciliazione, la difesa della verità e il bene comune, contribuendo alla crescita della società e alla cura del creato.
Alla base dell'impegno pubblico degli evangelici vi è una convinzione biblica fondamentale: ogni essere umano è creato a immagine di Dio (imago Dei) e possiede quindi una dignità intrinseca che deve essere riconosciuta e tutelata. Da questo principio nasce l'attenzione verso le persone più vulnerabili: migranti, rifugiati, poveri, detenuti, anziani, bambini, persone con disabilità, vittime della tratta, dello sfruttamento e della violenza, così come verso chi soffre di dipendenze, solitudine, disagio psichico o esclusione sociale. Molti riferimenti a siti o iniziative evangeliche sono portati come esempi di questa sensibilità. Questo impegno non rappresenta un'ideologia politica, ma l'espressione coerente della fede cristiana.
Il documento affronta poi il tema della partecipazione politica. Gli evangelici, si legge, esprimono orientamenti politici diversi e partecipano alla vita democratica attraverso vari partiti e movimenti. Dal canto suo l'Alleanza Evangelica Europea ribadisce il proprio carattere rigorosamente apartitico: può sostenere principi e proposte ispirati ai valori biblici, ma non si identifica con alcun partito, né ricerca privilegi o trattamenti di favore.
Qui c’è un lato debole dell’argomento. Dalla descrizione offerta dall’AEE, sembra che gli evangelici siano sensibili ai temi etici della protezione della vita, ma non a quelli dell’architettura istituzionale dell’Europa. Ora che l’Europa vive una crisi d’identità, è possibile che gli evangelici non abbiano un’idea su quali forme di vita pubblica meglio riflettano l’insegnamento biblico? Una confederazione, Una federazione? Un mercato comune soltanto? Diverse nazioni con accordi bilaterali? Ora che l’Europa si trova, col resto del mondo, ad affrontare le sfide della globalizzazione e dell’intelligenza artificiale, quale contributo gli evangelici possono dare alla discussione? Dal documento emerge poco, a parte l’interesse sacerdotale per la vita e i deboli.
Il documento dell’AEE sembra orientato a non solo a far sopravvivere il termine evangelico al ciclone Trump, ma a fornire ai giornalisti e alla stampa uno strumento che aiuti a superare letture esclusivamente politiche che negli ultimi anni ne hanno offuscato la rappresentazione pubblica.