Religioni “a bassa intensità”. Una tentazione anche per la fede evangelica

 
 

“A bassa intensità” è un’espressione entrata nel gergo della sociologia delle religioni. Salvo errori, è stato Bryan Turner nel libro Religion and Modern Society. Citizenship, Secularization and the State (2011) ad utilizzarla nella sua analisi del fenomeno religioso contemporaneo. Nello scenario attuale, le religioni non sono sparite – al contrario – ma la pratica religiosa segue meno le vie istituzionali, fidelizzate, codificate, continuative, dedicate (committed) preferendo invece un “consumo” religioso confacente al sentimento (mood) del momento: ibrido (un po’ di persona, molto in forma digitale), nomade (saltellando qua e là), intermittente, non scontato, di volta in volta, seguendo celebrità più che autorità religiose. 


La religione a bassa intensità è paragonabile al consumo di uno spettacolo religioso: è coinvolgente sul momento, dura poco, può essere cambiato la volta successiva, la vita ordinaria resta immune dalle sue influenze, spenti i riflettori tutto torna come prima o quasi. La pratica religiosa diventa una “commodity”, un bene di consumo, modulato sugli interessi del cliente.


Sociologi come Luca Diotallevi utilizzano la “bassa intensità” per descrivere il volto del cattolicesimo italiano contemporaneo. In libri come Il paradosso di Francesco. La secolarizzazione tra boom religioso e crisi del cristianesimo (2019), La messa è sbiadita. La partecipazione ai riti religiosi in Italia dal 1993 al 2019 (2024) e, più di recente, in saggi come “La sfida di Leone XIV”, il Mulino (2/2026) pp. 75-84, viene descritta una situazione in cui i cattolici italiani sono tali “a bassa intensità”: la pratica religiosa è scostante, il vissuto etico lo è ancor meno, il valore della parrocchia è quasi inesistente, eppure la traccia del cattolicesimo non è scomparsa: gira a “bassa intensità” intorno alla celebrità del papa e ad eventi che attirano per un tempo breve.


C’è da chiedersi se la religione “a bassa intensità” non aiuti a descrivere anche certi fenomeni dentro le chiese evangeliche. Si pensi alle mega-chiese, alla McChurch e, più in generale alle proposte di “nuove chiese” (Hillsong, Vive, ecc.) che riflettono queste dinamiche: molto brandizzate, molto digitali, molto incentrate su eventi customizzati e opzionali più che da impegni stabili e diffusi. 


In effetti, la cultura ecclesiale di questo modello concepisce la chiesa come fornitore di servizi d’intrattenimento dal cui menù si può scegliere quanto e quando si vuole. Mentre dalla chiesa si aspettano prodotti di veloce assorbimento e che possano stare al passo col mercato dell’intrattenimento, ogni soggetto rimane il centro della propria vita e la chiesa è un comodo after-thought.


Detto questo, sbaglieremmo se pensassimo che la “bassa intensità” descriva solo fenomeni lontani geograficamente. In realtà, la tentazione a vivere la fede a bassa intensità è più vicina di quanto si possa pensare. 


Nella micro-realtà delle chiese evangeliche italiane, ad esempio, qual è lo scarto che si misura tra la partecipazione al culto domenicale e quella agli incontri infrasettimanali? Se la sala di culto è piena la domenica e semi-vuota il giovedì, non è questo un segnale che la modalità a bassa intensità si sta affacciando? Quanti credenti partecipano alle attività della chiesa programmate: solo pochi rappresentanti o la comunità intera? Quanto le attività si svolgono in presenza o quanti spingono per farle migrare su piattaforme online? Quanta disaffezione circola verso la chiesa come organismo (o istituzione)? Quanto le persone impostano il loro percorso spirituale al di fuori della comunità locale (ammesso e non concesso che queste ultime abbiano un percorso intenzionale)?


Questi e altri segnali sono indicatori di come la “bassa intensità” sia una tentazione anche per piccole o medie comunità evangeliche. Essa sembra essere lo spirito del tempo a cui tutti siamo soggetti in un modo o nell’altro.


L’antidoto alla bassa intensità è uno solo: una fede evangelica confessante (credo e vita intrecciati) in chiese confessanti (comunità dell’evangelo controculturali e discepolanti). Se e quando la fede diventa un “di più” e la chiesa diventa un erogatore di servizi da cui attingere a piacimento, si è già in regime di bassa intensità. La domanda è: è ancora la fede evangelica?