E scomunica fu. Quando Roma tira fuori le unghie

 
 

Ma come? Il cattolicesimo dice che siamo “tutti fratelli” (l’enciclica di papa Francesco del 2020), che bisogna benedire tutti (la dichiarazione “Fiducia supplicans”), che siamo tutti figli di Dio e poi … scomunica i lefebvriani che sono più cattolici romani di tutti!?! 


Siamo abituati ad un cattolicesimo morbido, comprensivo, inclusivo, pluralista, accomodante. Oggi, sentire parlare di “scisma” e di “scomunica” della Fraternità Sacerdotale di San Pio X (FSSPX) appare un linguaggio incomprensibile ed evoca secoli di storia che parevano essere archiviati. 


In effetti, ad un osservatore distratto, quello che è successo ieri è una faccia del cattolicesimo a cui, dopo il Vaticano II, non eravamo più abituati. Eppure, è una faccia che fa parte integrante ed organica del cattolicesimo romano.


Come si può spiegare tutto ciò? Bisogna avere contezza della natura delle cose. Il cattolicesimo, oltre ad essere tale (cioè “cattolico”), è anche “romano”. È entrambe le cose allo stesso tempo. Da un lato, esprime l’istanza di universalità che si accompagna ad un atteggiamento abbracciante la diversità. Dall’altro, incarna l’istanza istituzionale che si esprime nella struttura gerarchico-sacramentale incentrata sul papato.


Da un lato assorbe, dall’altro controlla. Dunque, Roma può incorporare i movimenti carismatici, tollerare i cattolici del dissenso, abbracciare fraternamente i seguaci di altre religioni, comprendere le persone lgbtq+, concedere spazio al cammino sinodale tedesco (con le sue spinte progressiste), incorporare le divinità precolombiane come la Pachamama, approvare nuove apparizioni mariane, … a patto che non si tocchi la struttura gerarchico-sacramentale e non si minaccino le prerogative del sistema “romano”.


Quello che è accaduto con i lefebvriani è proprio questo. Non è il loro tradizionalismo, non sono le critiche al Vaticano II, non è la loro interpretazione nostalgica del cattolicesimo a fare problema. Nel cattolicesimo c’è spazio per questo e molto altro, sia a destra che a sinistra, sia sul fronte tradizionalista che su quello progressista. 


Ciò che ha determinato la rottura è stata la sfida lanciata al sistema romano. Ordinando 4 vescovi senza l’autorizzazione del Vaticano, la FSSPX ha avocato a sé un diritto che Roma ritiene sua prerogativa esclusiva e imprescindibile. Fin quando si tratta di aprire spazi per nuove interpretazioni, diversi vissuti, molteplici prospettive, itinerari differenziati sul piano teologico ed etico, il cattolicesimo è ospitale e il suo campo largo si dilata ancor più.  


Al contrario, quando il sistema si sente minacciato nelle sue prerogative “romane”, si verifica la reazione ruvida che abbiamo visto all’opera: minaccia di scomunica e accusa di “scisma”, con tutte le conseguenze canoniche.


I rapporti tra la Chiesa cattolica e la FSSPX hanno una loro storia tempestosa fatta di decenni di aspra dialettica. Finché le questioni sono state tenute nell’ambito della cattolicità, gli spazi di manovra hanno consentito il mantenimento delle relazioni. Ora, il contendere è passato sotto la rubrica della “romanità” e Roma ha mostrato il suo volto intransigente. 


Cosa ci ricorda tutto ciò? Ci ricorda che il cattolicesimo romano è entrambe le cose. Sempre. Chi guarda solo al volto cattolico e non a quello romano (e vice versa), ha capito poco e niente. 


Visto che si parla di scisma e di scomunica, la memoria non può non andare alla Riforma protestante. Se Lutero si fosse limitato ad evocare una riforma morale del clero o un rinnovamento dell’insegnamento della chiesa o la formazione di un nuovo ordine religioso, anche allora la cattolicità di Roma avrebbe avuto la capacità di assimilare quelle istanze. Il punto della Riforma fu che era il cuore romano (quel costrutto imperiale/gerarchico/sacramentale al centro del sistema) che doveva essere riformato biblicamente. Questo scatenò la reazione espulsiva del papa. 


In realtà, come la Riforma ha più volte detto, non è Roma a detenere le chiavi della chiesa. Costruendo sé stessa intorno alla sua romanità impastata di idolatria, la Chiesa cattolica ha perso le chiavi dell’evangelo. Ci fu bisogno della Riforma protestante per recuperarle, con buona pace della scomunica ricevuta dal papa di allora.