La via italiana al dialogo inter-religioso apre ad un vero pluralismo?
“La via italiana al dialogo interreligioso. Le religioni nello spazio pubblico e per la coesione sociale” è il titolo di un documento firmato all’Ara Pacis il 25 giugno 2026 da quindici confessioni religiose presenti nel Paese, tra cui la Chiesa cattolica (rappresentata dalla Conferenza Episcopale Italiana), varie sigle musulmane, gli induisti, i buddisti, gli ebrei, gli ortodossi e i protestanti storici.
La sua sottoscrizione è avvenuta dopo un percorso di tre anni promosso dalla CEI. Tutti gli esponenti delle diverse confessioni religioni si sono detti entusiasti e pronti a collaborare per favorire il dialogo tra le diverse religioni.
Per iniziare a capire la portata di questa iniziativa si possono fare quattro rapide osservazioni.
1. Intanto, è utile collocarla all'interno di una strategia più ampia. Solo pochi mesi fa, a fine gennaio, la CEI aveva promosso il “Patto tra chiese cristiane” anche allora presentato come “la via italiana” all’ecumenismo. Se in quel caso l'obiettivo era costruire un’intesa permanente tra le confessioni cristiane basata sul reciproco riconoscimento in quanto chiese “sorelle”, qui lo schema viene esteso alle religioni presenti in Italia.
È ormai prassi nel movimento ecumenico internazionale considerare unità cristiana e dialogo inter-religioso come facce della stessa medaglia. La quasi sincronia dei due “Patti” italiani conferma questo approccio animato dalla fraternità universale che, per quanto differenziata, abbraccia tutta l’umanità.
2. Da notare è anche il protagonismo della Conferenza Episcopale Italiana che ha promosso questi movimenti nell’ambito del proprio cammino sinodale. La presidenza del Card. Zuppi, su spinta del suo elettore papa Francesco, ha impresso un’accelerazione alla vivacità ecumenica e inter-religiosa del cattolicesimo italiano. Le istanze presenti nell’enciclica “Fratelli tutti” trovano in queste due iniziative uno sbocco inequivocabile.
Il prezzo della partecipazione a questi tavoli buoni dell’ecumenismo e del dialogo inter-religioso è il riconoscimento della Chiesa cattolica come “sorella maggiore” se non “madre” delle altre confessioni cristiane e principale promotrice e garante della pace religiosa nel mondo.
3. Significativi sono anche i contenuti del “Patto” tra le religioni. Molti degli elementi presenti nel testo sono certamente condivisibili, come il richiamo al rispetto reciproco, al rifiuto della violenza compiuta in nome della religione e all'impegno per una convivenza pacifica. Si tratta di vissuti di cittadinanza che possono essere fatti propri anche da un impegno evangelico alla “co-belligeranza”.
Altri contenuti (come il richiamo al “bene comune”) sembrano essere formule vuote.
Nonostante ciò, pur affermando il valore della libertà religiosa, il testo sottoscritto non affronta il tema della conversione, non richiama il diritto di ciascuno a cambiare religione e non prende in considerazione il mandato missionario e la libertà dell'annuncio della propria fede. Sembra che le religioni sottoscrittrici non si aspettino delle conversioni tra praticanti di altre religioni alla propria. Si tratta di un silenzio casuale o voluto? Forse è questo uno dei motivi per cui, tra i sottoscrittori, non ci sono gli evangelicali. Per questi ultimi, va bene il dialogo a patto che ciò non stigmatizzi l’evangelizzazione e ostacoli le conversioni a Cristo.
4. Il rischio di un “Patto” come questo è di contenere un metatesto il cui valore è maggiore del testo stesso. Sembra che questo tipo di concezione del dialogo inter-religioso vada bene fintantoché le confessioni religiose siano svuotate dei loro tratti distintivi e aderiscano a un generico universalismo (“fratelli tutti”), mentre sul piano formale esse sono convocate sotto la guida della chiesa di Roma che continua ad autoconcepirsi come attore imprescindibile della coesione sociale attraverso la religione.
Il pluralismo religioso in Italia è notoriamente un percorso incompiuto proprio a causa della forza politica, culturale e sociale con cui il cattolicesimo romano ha storicamente influenzato il Paese. Ha quasi un sapore amaro quindi la dicitura di “via italiana al dialogo”. Prima il cattolicesimo ha di fatto ostacolato il pluralismo, ora sembra addirittura che se ne intesti il merito!