Chiese in crisi, ecumenismo pure

 
 

Se le chiese istituzionali non se la passano bene, l’ecumenismo non sta meglio. È questa la lettura della situazione attuale dell’ecumenismo da parte di Luca Ferracci nel saggio “L’ecumenismo nell’età di crisi delle chiese”, il Mulino (2/2026) pp. 122-130. Ferracci è uno storico dell’ecumenismo che ha curato (insieme ad Alberto Melloni) i due volumi de L’Unità dei cristiani. Storia di un desiderio (2021 e 2025) e anche autore del volume Battesimo Eucaristia Ministero. Genesi e destino di un documento ecumenico (2021).


Grosso modo – questo è lo sfondo della diagnosi – è dalla metà degli Anni Ottanta che l’ecumenismo vive uno stallo. La stagione precedente era stata caratterizzata da molteplici dialoghi teologici (bilaterali, multilaterali) aventi la Chiesa cattolica come soggetto principale e le questioni teologiche come interesse primario. 


Poi, visto che non vi sono stati gli sperati risultati, l’ecumenismo ufficiale si è un po’ arrugginito. Da un lato, la fiammata carismatica, trasversale alle confessioni, ha depotenziato l’importanza della teologia; dall’altro, lo spostamento del baricentro del cristianesimo a Sud ha comportato la disaffezione verso le forme un po’ paludate del dialogo istituzionale. Le resistenze di Benedetto XVI, prima, e l’avversione di Francesco verso le forme ufficiali dell’ecumenismo, poi, hanno gettato secchiate di acqua gelata sulla modalità di dialogo teologico che si era affermata nei decenni precedenti. 


Nel richiamare questi tratti, giustamente, Ferracci indica un elemento spesso taciuto nelle analisi dell’ecumenismo contemporaneo: “oggi la ricerca di unità tra le Chiese si misura con il fatto che le Chiese stesse faticano a restare unite al loro interno”. Il problema dell’unità è prima di tutto interno alle chiese.


L’articolo cita le molteplici contestazioni che papa Francesco ha ricevuto da dentro la Chiesa cattolica (anche da cardinali organizzati) e che papa Leone è stato chiamato a lenire. Roma ha diverse e profonde faglie interne. Si pensi alla Comunione anglicana dove si è consumata una frattura per ora insanabile tra il Sud evangelico-conservatore e il Nord liberale su materie dottrinali e morali. Si pensi all’ortodossia orientale dove i Patriarcati di Constantinopoli e di Mosca non sono più in comunione eucaristica e c’è una guerra in corso tra Russia e Ucraina. Ferracci non le cita, ma si potrebbero aggiungere le crisi delle chiese protestanti “storiche” che sono in caduta libera quanto a praticanti.


Insomma, se le chiese attraversano crisi interne, non stupisce che l’ecumenismo che interpretano sia appannato. Esso si limita a gestualità simboliche e a sfornare dichiarazioni vaghe che non cambiano molto. 


Sin qui l’analisi di Ferracci. Gli evangelici attratti dalle iniziative ecumeniche ufficiali (ad esempio: la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani organizzata dalla Chiesa cattolica e dal Consiglio ecumenico delle chiese) devono rendersi conto che si tratta di attività promosse da soggetti in profonda crisi forse non istituzionale, ma sicuramente dottrinale e morale. Inoltre, la visione di unità che promuovono è basata non sull’unità dei credenti nati di nuovo come insegna la Bibbia, ma dei cristiani battezzati dalle chiese, che siano credenti o meno.