“Sentimental value”, il film delle vite irrisolte

 
 

Ha già ottenuto il gran prix al Festival di Cannes (2025) ed è tra i candidati al miglior film degli Oscar del 2026. “Sentimental value” è un film del regista norvegese Joachim Trier con al centro una intricata storia di famiglia i cui protagonisti vivono in modo irrequieto anche a causa di relazioni spezzate, non trattate e dolorose. 


Tutti gli attori principali sono norvegesi e la trama del film si svolge a Oslo. Dunque, è un film figlio della cultura nordica contemporanea che tratta un tema delicato, ma sicuramente diffuso.


Gustav, a sua volta regista cinematografico di successo, è padre di due figlie, Nora e Agnes. Le ha lasciate da tempo per andare in Svezia, dopo il divorzio dalla moglie seguito a continui litigi. Il successo professionale non lo ha protetto dall’alcolismo. Il film si apre al funerale della mamma, quando Gustav torna a casa, ma da “straniero”. Soprattutto Nora, attrice di teatro, ha nei confronti del padre fuggito un risentimento forte che le crea un blocco.


Provano a parlarsi, ma si scontrano più che incontrarsi. Intanto Nora vive in sospensione: non riesce a stabilire relazioni affettive significative e la vita le sfugge di mano senza che lei sia in grado di darle un senso. D’altra parte, la madre di Gustav era stata torturata dai nazisti in campo di concentramento e, dopo 15 anni dalla fine della guerra, si era suicidata in casa, impiccandosi nel salotto. 


Traumi forti hanno rotto la vita di entrambi: Gustav ha perso la madre in circostanze drammatiche, Nora ha visto allontanarsi il padre senza percepirne l’affetto. Entrambi sono nella spirale di vite irrisolte. L’irrequietezza ha un effetto domino moltiplicatore. Quella subita dal primo si riverbera nell’infliggerla al secondo, impedendo anche la comprensione reciproca.


A suo modo, Gustav cerca una soluzione. Scrive una sceneggiatura di un film vagamente ispirato alla storia della madre suicida e chiede di interpretarlo a Nora. Prima lei rifiuta, poi accetterà il ruolo. Il film si conclude sul set in cui lei ha appena finito di girare la scena che precede il suicidio. Padre e figlia si guardano per la prima volta esprimendo complicità, senza toccarsi. Un filo tra loro è stato riallacciato.


I dialoghi del film sono essenziali, quasi sussurrati. Molti primi piani dei protagonisti parlano più delle parole. Ad un certo punto, nel copione della sceneggiatura di Gustav, la protagonista dice di non credere in Dio ma di aver bisogno di pregare per chiedere aiuto e trovare il proprio posto. Nell’orizzonte dei personaggi, Dio non c’è, hanno comunque bisogno di trovarsi e si aprono ad una sorta di preghiera “laica” per trovare una via d’uscita.


Il mondo del film è secolarizzato, ma non estraneo alle domande di fondo della vita: come potrebbe esserlo? Le relazioni irrisolte madre-figlio e padre-figlia generano voragini che creano mal di vivere. Una irrequietezza chiama e alimenta l’altra. La terapia suggerita è di “rivivere” la storia traumatica mediante la recitazione di un nuovo copione in cui i protagonisti provino a dare un finale diverso. In questo nuovo ciak c’è spazio per un dialogo intimo dell’anima che viene chiamata preghiera. 


Il film è specchio di una narrazione molto diffusa della cultura europea: introspettiva, ripiegata su sé, benestante e di successo esteriormente, ma rotta e piagata nel cuore a causa di eventi traumatici che si tramandano e si rigenerano. Non c’è redenzione dall’alto e ricerca di aiuto divino, ma solo il tentativo interno di ricucire con un filo i pezzi rotti.


Cosa ha da dire la fede cristiana a questa narrazione? Nel film, la risposta è: niente o giù di lì. Ce la dobbiamo cavare da soli, ma non ce la facciamo.


Ma è davvero così? Non potrebbe la paternità di Dio calmierare i nostri vissuti scomposti? Non è l’opera di Cristo in grado di trattare il nostro dolore? Non è la preghiera coadiuvata dallo Spirito Santo il dialogo con Dio che ascolta e agisce? Non è la chiesa la nuova umanità che testimonia la riconciliazione ricevuta?