Solo una “sedia pieghevole” per l’islam?
Questo è un tema controverso tra gli evangelici (ma non solo). Che riconoscimento pubblico dare alla religione islamica e ai suoi aderenti? In Paesi occidentali laici e pluralisti come l’Italia, l’islam deve avere lo stesso profilo giuridico, stessi diritti, stesse opportunità delle altre religioni?
Nello specifico italiano: l’islam deve avere l’intesa con lo Stato italiano secondo l’art. 8 della Costituzione, come molte (ahimé, non tutte) altre confessioni, tra cui la buddista e l’induista? I musulmani possono costruire moschee e centri culturali come gli altri che costruiscono edifici di culto cattolici, evangelici, mormoni, ecc.? Possono aprire scuole di ogni ordine e grado come previsto dall'art. 33 della Costituzione? Possono legittimamente e pienamente vivere la loro religione in modo pubblico, ad esempio avendo le donne velate o pregando per strada o avendo il venerdì come giorno di riposo, come ad altri è riconosciuto il diritto di portare crocifissi o di tenere processioni devozionali nelle piazze o di non lavorare la domenica o il sabato?
Più in generale: il principio della libertà religiosa si estende a tutte le religioni e le credenze o l’islam è un caso a parte e dovrebbe essere trattato in modo diverso? Il pluralismo religioso richiede che tutte le religioni siano riconosciute come detentrici degli stessi diritti e stessi doveri o vi sono gradazioni o restrizioni che devono essere applicate all’islam in ragione di una sua irriducibile (e potenzialmente pericolosa) diversità rispetto alle altre religioni?
Nel suo libro L’Europa è ancora cristiana? (2019), il politologo francese Olivier Roy utilizza un’interessante immagine. Descrive il pluralismo religioso come un tavolo apparecchiato dallo Stato attorno al quale siedono le diverse religioni, ognuna su una sedia. Il posto a tavola garantito dalla sedia assicura a tutte il diritto di parola e il dovere dell’ascolto. Per l’islam, tuttavia, c’è solo una “sedia pieghevole”. Non è un posto come gli altri. È provvisorio e temporaneo, come quello che si riserva ad un ospite inaspettato che si aggiunge senza che la sua presenza sia pensata come permanente. Per lui, basta una “sedia pieghevole”, un po’ più scomoda, aperta per ora ma facilmente riponibile in cantina.
In altre parole, per Roy in Europa c’è un sentire diffuso che considera l’islam un ospite strano e inquietante, che non può essere cacciato, ma che nemmeno può essere fatto sedere al tavolo del pluralismo religioso come soggetto come gli altri. Al massimo, gli si concede una sedia pieghevole e basta e avanza.
Per l’opinione pubblica italiana, questi sono temi “sensibili” perché intrecciati ai timori suscitati dall’islam politico (ma l’islam vuole dominare o accetta la laicità dello stato?), dai disegni di islamizzazione della società occidentale, dalla crescita demografica della popolazione islamica a fronte del crollo demografico italiano, dalla percepita difficoltà dell’integrazione culturale da parte dei musulmani. Tutto ciò che ruota intorno all’islam è caratterizzato da un atteggiamento ansiogeno, per non dire impaurito.
Sembra che gli stessi sentimenti pulsino in ambito evangelico. Viviamo una sorta di paradosso. Da un lato, gli evangelici sono sensibili al tema della persecuzione dei cristiani nel mondo. I convegni dedicati riscontrano interesse e partecipazione. Le iniziative a sostegno della chiesa perseguitata incontrano un favore trasversale. Il sottotesto di questo interesse è che la libertà religiosa negata ai cristiani va invece rivendicata e promossa. Se le persecuzioni avvengono in Paesi islamici, l’evangelico medio è convinto che alle chiese vada riconosciuto il diritto di riunirsi, di testimoniare, di vivere la fede pubblicamente, senza discriminazioni, in ragione dell’applicazione dei criteri minimi di libertà e pluralismo.
D’altro lato, quando si parla di islam in Italia, il ragionamento inverso s’inceppa da qualche parte. Invece di sostenere l’applicazione dei criteri di libertà e pluralismo rivendicati per le chiese in sofferenza, cominciano ad affiorare timori che l’islam minacci l’Italia “cristiana” (in che senso “cristiana”?), che l’islam di per sé porti terrorismo, antagonismo culturale, sostituzione identitaria, …Non sono preoccupazioni infondate. Nella storia europea l’islam non ha ancora dato prova di accettare serenamente il quadro valoriale iscritto nelle costituzioni moderne: si veda, ad esempio, il caso inglese dove alcune comunità islamiche applicano la sharia (la legge coranica che è contraria ai principi di uguaglianza e libertà). A fronte di questo stato ansiogeno, molti evangelici si oppongono a forme crescenti di riconoscimento pubblico dell’islam, preferendo mantenerlo in una condizione di ospite sgradito. Al massimo gli si può dare una “sedia pieghevole”.
Questo è un paradosso che va affrontato possibilmente con un dibattito pubblico fraterno e pacato, anche se il tema suscita reazioni emotive forti e richiede anche di superare approcci dominati “dalla pancia” per essere invece guidato da informata sensatezza.
Per farlo si potrebbe ripartire dal documento “Evangelo e islam: chiarezza teologica senza ostilità umana” (2011), allora promosso dall’Alleanza Evangelica Italiana e da Meta Onlus e sottoscritto da molte agenzie missionarie evangeliche. Riusciremo a fare un passo avanti?