Agostino predicatore (II). La predicazione tra competenza e conoscenza

 
 

Torniamo all’Ippona del Quarto secolo. È il periodo natalizio e ci troviamo nel grande mercato della città. Con sorpresa, invece di sentire chiedere informazioni sui prodotti o contrattare i prezzi, udiamo conversare intorno all’incarnazione del Figlio di Dio. Tutti ne parlano, c’è chi dice che il Figlio cessò di essere Verbo per divenire carne, chi invece controbatte affermando che il Verbo si è unito alla carne, altri non riescono a capacitarsi dell’avvenimento e lasciano l’argomento in sospeso. Come scrive Gregorio di Nissa, era solito da parte di tutti parlare di questi argomenti teologici. Nel suo caso specifico, egli riporta le conversazioni che aveva sentito a Costantinopoli inerenti all’eresia ariana: “se voi siete in questa città e chiedete a qualcuno come va, egli si metterà a discutere con voi se il Figlio sia generato o ingenerato. Se voi fate domande sulla qualità del pane, egli vi risponderà: “Il padre è più grande del Figlio”. Se voi dite di desiderare di prendere un bagno, vi sarà detto: “Il Figlio è stato creato dal nulla” (Arrivo di Teodosio a Costantinopoli nel 380).

Se da una parte era positivo che tutti fossero interessati e conversassero intorno a siffatti argomenti, dall’altra, il rischio era quello di pensare che qualunque persona potesse filosofeggiare e teologizzare senza avere una chiara e riconosciuta competenza in merito. Così riporta sempre il Nisseno: “Uomini nati ieri e l’altro ieri, persone dedite ad attività vili, dei teologi improvvisati che dogmatizzano, schiavi che hanno conosciuto la frusta e che hanno fuggito il lavoro servile e ora si vantano di filosofeggiare su delle cose incomprensibili”. Ecco allora l’importanza del riconoscimento della predicazione come mezzo per insegnare, chiarire e avvertire contro dottrine errate. Così Agostino era solito fare anche durante i sermoni del periodo natalizio, come ha mostrato Giuseppe Caruso, presidente del Patristicum, in occasione del secondo appuntamento sui sermoni liturgici dell’Ipponense

Per Agostino, il Natale era giustamente l’occasione per sottolineare la straordinarietà dell’incarnazione e chiarire il rapporto tra le due nature di Gesù Cristo: “è uomo e insieme Dio; è Dio e insieme uomo: senza confusione della natura, ma nell’unità della persona” (Sermo 186,1). Il Figlio non ha cessato di essere Dio, ma alla sua divinità si è aggiunta la sua piena umanità “senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione” (Credo Calcedonese). Nonostante ciò “non si è formata una “quaternità” di persone, ma rimane la Trinità” (Ibid.). Non solo Agostino cercava di alimentare la pars costruens, descrivendo il mistero dell’incarnazione, ma anche di decostruire anticipando tramite il sermone possibili incomprensioni. 

Agostino dimostrava di essere consapevole delle dottrine eretiche che andavano circolando di bocca in bocca, e che portavano alcuni a cercarsi “maestri in gran numero secondo le proprie voglie”, distogliendo “le orecchie dalla verità” e volgendosi “alle favole” (2 Ti 4, 3-4). La predicazione era quindi vista anche come momento per confutare le dicerie pseudo-bibliche. Questo però non avveniva discostandosi dalla Scrittura, ma bensì l’Ipponense partiva dall’esegesi della Parola di Dio, interpretandola e mostrando la coesione dei testi della Rivelazione: “Il Vangelo non dice “La carne si è fatta Verbo”, ma: il Verbo si è fatto carne; e Verbo significa Dio, perché il Verbo era Dio (Gv 1, 14). E cosa si intende per carne se non l’uomo? Infatti, in Cristo la carne dell’uomo non era senza anima; per cui dice: L’anima è triste fino alla morte (Mt 26, 38). Se dunque Verbo significa Dio e carne significa uomo, che cosa significa: Il Verbo si è fatto carne se non: “Colui che era Dio si è fatto uomo?” (Sermo 186,2). 

Mentre è importante che tutti i credenti siano in grado di comprendere, nel limite delle loro capacità individuali, i dogmi della fede, tra cui l’incarnazione, contribuendo alle conversazioni in merito secondo le loro possibilità, c’è da domandarsi se anche coloro che non hanno competenze e non sono stati riconosciuti dalla chiesa, abbiano il diritto di teologizzare sottovalutando il giudizio maggiore che subiranno coloro che vogliono fare i maestri (Gm 3,1).

Inoltre, Agostino mostra l’importanza del predicatore di essere sempre al corrente di “ogni vento di dottrina per la frode degli uomini” (Ef 4, 14). Colui che è chiamato alla predicazione è a conoscenza delle voci eterodosse circostanti, sia culturali sia religiose? Le tiene in mente mentre prepara il sermone, cercando di insegnare la sana dottrina, chiarire i dubbi e confutare ciò che non è in linea con la Scrittura? 

Della stessa serie: 
Agostino predicatore (I). Saggio chi predica, attivo chi ascolta” (19/02/24)