Bonus scuola e libertà educativa. È solo una questione di soldi?

 
 

Sotto l’albero di Natale dell’educazione si trova un piccolo pacchetto regalo, ma per alcuni è un anticipo del carbone della Befana. Se ne parlava da mesi e alla fine è arrivato. Si tratta del voucher di 1500 euro per famiglie con reddito inferiore a 30.000 da usare per l’iscrizione dei propri figli presso le scuole paritarie del sistema della pubblica istruzione, in particolare in una fascia ristretta di anni scolastici che vanno dalla prima media al primo biennio superiore.


I proponenti ne parlano come di una vittoria per la libertà di scelta educativa e per il pluralismo educativo, che permetterà alle famiglie di basso reddito di fare una scelta diversa per i loro figli. Gli oppositori ne parlano come di un regalo alle scuole private, che si aggiunge ai fondi statali che le paritarie ricevono periodicamente e all’esenzione IMU introdotta dall’articolo 134-bis della manovra, mentre alle scuole pubbliche sono tolte le risorse necessarie per operare come dovrebbero.


Entrambi le parti tirano la Costituzione dalla propria parte per sostenere le proprie idee. Domanda: è davvero solo una questioni di soldi? È sufficiente destinare 20 milioni di euro per garantire la libertà di scelta educativa alle famiglie italiane? 


Se è vero che un incentivo alle famiglie può essere un piccolo passo nella direzione giusta, è anche vero che è discriminatorio se si inserisce in un contesto legislativo generale ingiusto. A conti fatti, inoltre, le famiglie non si trovano di fronte ad una vera scelta, ma solo ad un’opzione alternativa (non suona nuovo!) dato che tali soldi potranno essere spesi solo in quelle scuole che hanno scelto di adeguarsi al sistema statale (paritarie), lasciando fuori dalla scelta tutte quelle che per mantenere la propria autonomia pedagogica hanno rinunciato alla parificazione.


L’analisi forse dovrebbe andare un po' più a fondo nel riconoscere che mini-voucher o no, nel nostro Paese manca una cultura del pluralismo e della libertà educativa; che tale cultura è figlia di una visione del mondo, quella biblica, molto lontana da quella che ha forgiato la nostra Nazione; che tale visione del mondo ha una sorgente religiosa, quella protestante, che il nostro Paese ha rifiutato secoli fa e che continua a rifiutare.


Ecco perché, anno dopo anno la battaglia sul fronte della libertà educativa continua a svolgersi solo sul terreno economico. La legge 62/2000 sulla parificazione è ritenuta una pietra miliare nel sistema, ma in realtà ha solo consolidato la cultura dell’opzionalità educativa alla quale siamo abituati nel nostro Paese.


Per costruire davvero un sistema di libertà di scelta educativa in Italia, il lavoro non si può svolgere solo sul tavolo del Bilancio. Serve ridefinire i termini e il contesto di tale diritto/dovere; serve lavorare ad una legge sul pluralismo educativo e sulla libertà di scelta educativa che dia dei contorni definiti dal Titolo II della Costituzione Italiana. Gli articoli del Titolo già definiscono la priorità educativa delle famiglie, il loro impegno ad istruire i propri figli, l’impegno dello Stato a riconoscere i diritti connessi con la garanzia di provvedere tutte le misure economiche necessarie per agevolare l’adempimento dei compiti relativi e al tempo stesso garantendo che l’insegnamento resti libero e che libere scuole possano essere avviate da enti e privati per dare alle famiglie le opportunità che cercano.


La nostra Costituzione apre a modi creativi di pensare alla libertà e alla pluralità educativa. È necessario un nuovo modo di guardare la questione, che getti una luce diversa sul problema, che porga nuove domande e risponda in modo nuovo, e perché no che veda la popolazione evangelica (famiglie, associazioni, istituzioni) avanzare proposte legislative diverse all’interno di un tavolo di discussione che metta insieme molti soggetti. Questo lavoro va fatto ad inizio legislatura invece che attendere l’ennesima legge di Bilancio che destina briciole ad un sistema comunque squilibrato.