Gesù digitale? Quando l’AI si veste da messia

 
 

L’articolo di The Economist (“God Complex”, 20 dicembre 2025) tocca un nervo scoperto del nostro tempo: la Silicon Valley sta sperimentando, in forme sempre più persuasive, un “AI Jesus”. Non è soltanto un’app innovativa o blasfema: è lo specchio di una dinamica più profonda.

Quando oltre 150.000 persone preferiscono chattare con un bot che si presenta come Cristo invece di varcare la soglia di una chiesa, liquidare il fenomeno come semplice idolatria digitale è troppo comodo. C’è qualcosa di più inquietante e, paradossalmente, istruttivo.


Fame spirituale, risposte algoritmiche

Il punto di partenza è duro: la fiducia nel cristianesimo “ufficiale” e nei suoi rappresentanti è ai minimi. Molti pregano in auto più che in chiesa. Non è ateismo militante; è disaffezione, delusione, ricerca di alternative. In questo vuoto, Text with Jesus promette ciò che molte comunità faticano a offrire: disponibilità immediata, ascolto non giudicante, risposte personalizzate.


L’avatar restituisce incoraggiamenti gentili e citazioni bibliche. Alla confessione di scetticismo sulla risurrezione risponde empaticamente: “il dubbio onesto conta e non sei solo”. È rassicurante, calibrato per non urtare. Ma qui emerge il nodo: questo “Gesù” è progettato per compiacere, non per chiamare alla trasformazione.


Un Cristo addomesticato

Questo bot difficilmente assomiglia al Gesù dei Vangeli. Non potrebbe essere altrimenti. Un sistema addestrato a massimizzare soddisfazione ed engagement produrrà quasi inevitabilmente un Cristo che non contraddice, non espone, non chiama al ravvedimento. È un consulente spirituale on-demand, non il Signore che dice: “Seguimi” e “Prendi la tua croce”.


Qui sta la differenza tra rivelazione e proiezione. Il Dio della Scrittura ci viene incontro dall’esterno, con una Parola che giudica e salva, che rompe i nostri schemi. L’AI-Jesus, invece, tende a riflettere i desideri dell’utente, a confermare i bias, a lenire l’ansia senza davvero attraversarla. È una tentazione antica in veste digitale: un dio a nostra immagine, controllabile e prevedibile.


L’idolatria del controllo

L’app consente di scegliere denominazione, personaggio biblico, tono della conversazione. È spiritualità come prodotto configurabile: seleziona, filtra, ottimizza. Ma il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non è un’interfaccia personalizzabile. Non si lascia programmare né gestire. La fede biblica implica obbedienza, non controllo; ravvedimento, non semplice conferma.


Quando Elon Musk avverte che “stiamo evocando il demonio”, coglie—anche se in modo caricaturale—un punto vero: non tanto che l’AI sia “demoniaca” in sé, quanto che il desiderio di fabbricare un dio gestibile è antico quanto il vitello d’oro. Il “complesso di Dio” non riguarda solo i programmatori: riguarda tutti noi quando preferiamo un divino addomesticato al Dio santo.


Uno specchio scomodo per la chiesa

Sarebbe però miope fermarsi alla condanna. La domanda più urgente è: perché tante persone trovano in un bot ciò che non trovano nelle chiese? Se un algoritmo offre “ascolto non giudicante” meglio di una comunità cristiana, il problema non è solo tecnologico.


Spesso le chiese faticano a reggere dubbi genuini: rispondono con formule, alzano barriere, contrappongono la difesa della verità con la cura delle persone. La dottrina non è negoziabile—anzi, è vitale. Ma quando la verità viene comunicata senza grazia (o la grazia senza verità), molti cercano altrove. E l’app intercetta bisogni reali: essere ascoltati senza vergogna, ricevere orientamento accessibile, esplorare domande senza la paura di essere etichettati.


Niente panico: discernimento

La risposta costruttiva non è né luddismo né entusiasmo ingenuo, ma discernimento biblicamente informato.


  1. Distinguere tra strumento e mediazione. La tecnologia può sostenere pratiche buone (lettura biblica, promemoria di preghiera, accesso a risorse). Ma non può sostituire i mezzi ordinari di grazia: la predicazione della Parola, il battesimo e la Cena del Signore, la comunione fraterna e la cura pastorale. Un bot non può battezzare, non può spezzare il pane, non può esercitare disciplina, né portare responsabilità spirituale.


  1. Rifiutare la personificazione del divino in forma algoritmica. Chiamare un chatbot “Gesù” non è un dettaglio: è una catechesi implicita che confonde Creatore e creatura, Signore e strumento. Il secondo comandamento non riguarda solo idoli di pietra: riguarda ogni tentativo di ridurre Dio a oggetto manipolabile.


  1. Recuperare empatia evangelica. Se le persone cercano altrove ciò che dovrebbero trovare nella chiesa, è un problema della chiesa. Non per imitare l’algoritmo con risposte facili, ma per imparare di nuovo ad ascoltare davvero, accompagnare, e dire la verità in amore.


  1. Formare al discernimento tecnologico. La domanda non è solo “è utile?” ma “che tipo di discepolo sta formando?”. L’aspettativa di risposte immediate può atrofizzare la capacità di attendere, di lottare in preghiera, di attraversare silenzi e deserti. La maturazione spirituale richiede tempi lunghi, corpo, comunità: proprio ciò che l’istantaneità digitale tende a erodere.


Incarnazione, non algoritmo

Il cristianesimo annuncia qualcosa di scandaloso: Dio si è fatto carne. Non ha mandato un avatar. È venuto di persona, ha abitato tra noi, ha sofferto ed è morto, ed è risorto. L’incarnazione è l’antitesi dell’approccio algoritmico: costosa, rischiosa, irreversibile.


Un Gesù digitale promette presenza senza incarnazione, guida senza autorità, conforto senza croce, perdono senza ravvedimento. È attraente perché attenua lo scandalo del Vangelo: un Cristo che non si limita a consolare, ma comanda e salva; che non asseconda l’io, ma lo rifà.


Il vero Gesù non è disponibile on-demand. Non si adatta ai nostri orari e alle nostre preferenze. Si lascia incontrare nella Parola, nella preghiera, nella comunione dei santi—attraverso comunità reali e imperfette—con una voce che consola e corregge, che salva e giudica. È scomodo, esigente, sorprendente. E proprio per questo è reale.


L’era dell’AI-Jesus è appena iniziata: avatar spirituali sempre più sofisticati, “confessionali” virtuali, guru algoritmici. La tentazione sarà duplice: demonizzare in blocco o abbracciare senza criterio. La via della sapienza è più stretta: usare la tecnologia senza farne un idolo, cercare innovazione senza perdere l’essenziale, rispondere ai bisogni contemporanei senza tradire l’Evangelo.


Il problema ultimo non è solo della Silicon Valley: è nostro. È la perenne tentazione di preferire un dio gestibile al Dio vivente. L’AI può amplificarla, non crearla. Era già nel giardino: “sarete come Dio”. La risposta non è un’app migliore, ma il recupero di stupore e obbedienza davanti al mistero dell’incarnazione: un Dio che non si lascia programmare, ma che si è lasciato mettere in croce. Questo Dio non promette risposte facili. Promette sé stesso. E questo nessun algoritmo potrà replicarlo.