Costruzionismo o riconsacrazione? Floridi e Trueman in dialogo (a distanza)

 
 

Se Dio è morto, dobbiamo costruire noi il mondo (Floridi). Se Dio è morto, l’uomo è dissacrato e il mondo va riconsacrato (Trueman). In pillole, questo è il dialogo immaginario tra due intellettuali che forse non si sono mai incontrati, ma che potrebbero animare una conversazione interessante.


Floridi è direttore del Digital Ethics Center di Yale e autore, tra l’altro, de La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (2017) ed Etica dell’intelligenza artificiale (2022). Di recente, ha fatto discutere il suo articolo “Se Dio è morto dobbiamo trovare il coraggio di costruire” (Avvenire, 18 aprile).


Trueman ha un passato da storico della chiesa e un presente di critico della cultura con libri come The Rise and Triumph of the Modern Self: Cultural Amnesia, Expressive Individualism, and the Road to Sexual Revolution (2020) e quello appena uscito The Desecration of Man: How the Rejection of God Degrades our Humanity (2026).


La ragione di questo dialogo immaginario è la domanda comune da cui partono, dando ad essa risposte molto diverse. La domanda è quella che trae origine dalla bomba lanciata da Nietzsche sul mondo occidentale: “Dio è morto”. Nell’ottica del filosofo tedesco, si è disintegrata l’idea stessa di Dio ed è finita la sua tutela sul mondo. Pertanto, tutto va ripensato sulla base di questo fatto. Se Dio è morto, cosa dobbiamo fare?


Floridi non entra nel merito se Nietzsche abbia ragione. Di fatto, tuttavia, concede che nella cultura contemporanea si sia erosa la plausibilità di un ordine trascendente in qualche modo tenuto insieme dal riferimento a Dio. Quell’ordine non è più un’opzione: anche se Dio non è morto, è morto nelle coscienze, nell’immaginario trasversale, nella ragione pubblica. Il senso di giustizia non può più evocarlo; il sapere non può più ritenerlo un ponte tra mente e materia. 


Non per questo ci si deve abbandonare al cinismo o al disfattismo. Per lui, è tempo di costruire da soli: “il lavoro di unificazione spetta ora interamente a noi”. Bisogna riedificare strutture di plausibilità sociali, politiche, scientifiche, emotive, relazionali, ecc. senza collegamenti alla provvidenza o senza sfondi religiosi. Floridi chiama “costruzionismo” questo sforzo post-nietzcheano. Nonostante suoni bene, il suo sembra essere un tentativo ingenuo. Come si fa a costruire solo mettendosi d’accordo sulle procedure senza una base di valori “religiosi” condivisi? 


Dalla stessa sentenza di Nietzsche parte anche Trueman. Anche per quest’ultimo, “Dio è morto” non è vero teologicamente, ma è il tragico assunto della cultura contemporanea. La cultura occidentale è di fatto figlia di questa sentenza. Lo si vede nei suoi effetti disastrosi. Per Trueman, se Dio è morto anche l’uomo è condannato a morire. Infatti, nella cultura intrisa della morte di Dio, sta morendo anche l’umanità: si vedano i modi in cui la vita è trattata con l’aborto, l’eutanasia e il transgenderismo. Invece di essere considerati degenerazioni abominevoli, sono considerati sempre più come “diritti” fondamentali. Se Dio è espunto dalla realtà, l’umanità viene dissacrata.


Qual è la soluzione? Per Trueman, alla dissacrazione di Dio e dell’umanità, bisogna far seguire la “riconsacrazione” del mondo a Dio. Il segno meno va sostituito col segno più. Bisogna riaffermare non solo una generica adesione all’esistenza di Dio, ma la ricostituzione delle tre C: Creed (credo), Cult (culto) e Code (codice). La fede in Dio va professata, celebrata e vissuta. 


Ad un primo impatto, sembra musica per orecchie evangeliche. A ben vedere, però, qualcosa stona. Trueman non sta presentando un programma per la chiesa o un progetto culturale cristiano. Sta parlando ad un fronte religioso “conservatore” che è trasversale al cattolicesimo, al protestantesimo e all’ortodossia e che può riconoscersi nelle 3 C. Non è un caso che il flirt con la “grande tradizione” veda protagoniste le componenti conservatrici delle tre famiglie “cristiane”. Se non specificate evangelicamente (cosa che Trueman non fa), le 3 C possono essere fatte proprie dall’ecumenismo della “grande tradizione”. Non sorprende che le recensioni positive al libro stiano arrivando da cattolici, evangelici e ortodossi conservatori.


Inoltre, la “riconsacrazione” sembra anche una piattaforma culturale allettante per il conservatorismo politico americano. Non ci vuole molto che un J.D. Vance o un movimento come Turning Point USA lo trasformino in un manifesto politico all’insegna del “noi” (i riconsacratori, i conservatori) contro “loro” (i dissacratori, i progressisti). In effetti, la retorica di Trueman dipinge una realtà in cui vi sono due fronti contrapposti. La distinzione tra loro non è spirituale (credenti in Cristo e non credenti) come vorrebbe la fede evangelica, ma tra i sostenitori delle tre C e i suoi detrattori.


Così, mentre Floridi pensa che si possa “costruire” la società a prescindere da impegni religiosi, Trueman sostiene che i conservatori cristiani debbano tradurre in programma politico la riconsacrazione culturale. 


Meno male che Dio non è morto e che la chiesa ha una missione profetica, regale e sacerdotale da compiere nella società plurale, sapendo che il regno di Dio non sarà realizzato da governi umani, presidenti o re e nemmeno da schieramenti politici.