I cinquant’anni di Repubblica (1976-2026): un giornalismo moderno ma non pluralista

 
 

Tra la stagione della TV e l’era del web c’è Repubblica. Detta in modo più esteso: tra l’avvento della televisione di massa (anni Cinquanta-Sessanta) e l’esplosione dell’infotainment digitale (anni Duemila in poi), il quotidiano Repubblica è stato negli anni Settanta-Ottanta tra i principali interpreti dell’innovazione comunicativa dei media italiani. 


Il cinquantesimo anniversario dall’inizio delle pubblicazioni (1976) è l’occasione per una riflessione a volo d’uccello. Per rimarcare il tratto “libero” e aperto del quotidiano, e con una traccia di retorica, Repubblica stessa ha intitolato una mostra fotografica al Mattatoio di Roma “Una storia di futuro”.


Formato tabloid, titoli ad effetto, grafica movimentata, … già nella sua presentazione Repubblica ha rotto gli schemi dei quotidiani del tempo ancora legati alle lenzuolate di carta con titoli didascalici fitti fitti.


Il suo primo direttore, Eugenio Scalfari (1924-2022), è stato un geniale giornalista-imprenditore che ha “incarnato” la linea del giornale: di cultura radical-socialista, Scalfari si è inserito nella crisi delle “due chiese” che hanno egemonizzato la cultura italiana del Secondo dopoguerra: quella cattolica-democristiana e quella comunista, e ha contribuito ad aprire lo spazio per una spinta modernizzatrice, apparentemente post-ideologica ma profondamente lib-lab, sensibile ai diritti individuali, voce di una borghesia intellettuale dinamica e aperta al vento del cambiamento. 


Questo humus culturale sarebbe stato poi capitalizzato dall’epopea politica “modernizzatrice” di Bettino Craxi e degli “anni da bere” che Repubblica guardò con simpatia. Con Tangentopoli e la fine della Prima Repubblica, Repubblica avversò aspramente la stagione successiva: quella di Berlusconi, di cui peraltro condivideva l’orizzonte valoriale secolarizzato ma che si opponeva al gruppo De Benedetti, principale sponsor economico del giornale e acerrimo avversario di Berlusconi. 


Sta di fatto che il sistema dei media italiani, alquanto paludato prima del 1976, si è via via adattato al modello Repubblica, tanto che oggi si può dire che i quotidiani (Corriere, La Stampa) e i servizi informativi delle principali testate televisive (Rai, Mediaset, La7) sono grosso modo brutte o belle copie di Repubblica: di tendenza variamente progressista, liberal sui temi eticamente sensibili, paladine dei “diritti”, diversificate al loro interno ma non per questo pluraliste. 


Nel descrivere l’orizzonte ideale di Repubblica, alcuni direbbero che la sua ispirazione è d’impronta “laica”, ma bisogna intendersi su cosa si sta dicendo. Se per laico si intende “non cattolico”, Repubblica ha dato in superficie l’impressione di essere lontano dalla cultura cattolica tradizionale, anche se in anni recenti Scalfari ha avuto una fascinazione intellettuale per papa Francesco. In più, ha dato spazio a figure del cattolicesimo progressista (Enzo Bianchi) o borderline (Vito Mancuso), senza mai aprirsi ad altre voci rappresentative dell’universo religioso. 


Di fatto Repubblica non ha mai veramente aperto la lente al pluralismo religioso in Italia. È diventato un giornale-partito che sostiene la propria visione del mondo e che è pigro rispetto alle diversità presenti nel tessuto del Paese. Superata la lunga stagione delle “due chiese” cattolica e comunista, Repubblica le ha riunite nella “sua” di chiesa, non prevedendo spazi per chi in questa chiesa liberal-progressista non si riconosce.


In questi cinquant’anni Repubblica ha interpretato un’istanza di modernità che oggi è diventata centrale nella cultura italiana: il cattolicesimo si è adeguato (vedi l’appoggio che il quotidiano ha dato a papa Francesco e alla linea del card. Zuppi); il post-comunismo si è accodato nel diventare “radicale” sui diritti individuali e perdendo l’afflato sociale. Il “vangelo” di Repubblica è diventato una specie di ortodossia culturale.


La modernità di Repubblica, per quanto impattante, non è stata veramente riformatrice in un senso profondo. A 50 anni di distanza dall’inizio delle pubblicazioni, le minoranze fuori dal mainstream culturale stentano ancora a trovare voce e rappresentazione nel sistema italiano dei media.