Educare alla speranza (II). Serve una comunità intera per educare?
Un proverbio, attribuito in modo incerto alla cultura africana e utilizzato dalle personalità più disparate (da Hillary Clinton a Papa Francesco) recita così: “Ci vuole un intero villaggio per crescere un bambino”. Oggi è sempre più in voga per sostenere l’idea della comunità educante quale elemento di speranza per il futuro dell’educazione. Superando il luogo comune, un proverbio dovrebbe interrogare chi lo pronuncia e chi lo ascolta: “serve davvero una comunità intera per educare?”.
Per coloro che si interrogano di educazione cristiana in Italia, guardare attraverso le lenti bibliche la storia educativa di una comunità di immigrati olandesi in Canada può aiutare ad abbozzare una risposta. Nel suo libro Education for Hope: A course correction, Friesen Press, Altona 2023, John E. Hull, dopo aver presentato le radici neo-calviniste olandesi di questa comunità, si addentra nella sua storia d’integrazione analizzandone alcuni caratteri e la loro rilevanza per il futuro.
Quella generazione si lasciava il secondo conflitto mondiale alle spalle per trovare davanti a sé relativa pace, insieme a ristrettezze economiche, barriere linguistiche e difficoltà d’integrazione sociale in un Paese straniero. Come reagì?
Una comunità educante
Le comunità riformate che si radicarono in Canada portavano nel loro DNA non solo l’aspirazione a dare ai propri figli un’educazione cristiana ma anche a riformare l’educazione per contribuire alla trasformazione culturale di un’intera società, incoraggiati dal mandato genesiaco e dal Grande Mandato lasciato dal Signore Gesù.
Interpretarono questa visione a partire dalla triade interconnessa di chiesa, famiglia, scuola. La chiesa forniva il nutrimento biblico-teologico e il discepolato costante di una comunità confessante la fede in Cristo e profondamente radicata nelle Scritture; la casa nutriva relazioni di amore, operosità, cura, sicurezza, responsabilità reciproca; la scuola rafforzava l’identità, i valori e la visione del mondo cristiana in armonia con le famiglie e la comunità ecclesiale. In breve tempo e con enormi sacrifici, queste famiglie immigrate costituirono una rete assai diffusa di chiese locali e scuole. Questa triade fondamentale garantì loro sia di preservare la propria identità cristiana, trasmettendola alle generazioni successive, sia di integrarsi nella nuova patria.
Una comunità riformatrice
Il carattere iniziale di queste comunità tendeva comprensibilmente più alla preservazione dell’identità (olandese e riformata) e della moralità cristiana che alla trasformazione culturale, ma ben presto il DNA di riforma appartenente alla tradizione calvinista riemerse, riaccendendo la vocazione per la trasformazione della società canadese.
La connessione con la Free University di Amsterdam, le influenze di uomini del calibro di Herman Dooyeweerd e D.H.Th. Vollenhoven, Cornelius Van Til, la sinergia particolare con alcune università già radicate negli USA (come il Dort College e il Calvin College) formò una generazione di studenti canadesi intellettualmente vivace alcuni dei quali abbracciarono il movimento di riforma filosofico-culturale sviluppatosi in quegli anni.
Tale piccola comunità si sentiva sinceramente chiamata da Dio a favorire la trasformazione culturale, contribuendo, sulla base della visione biblica, alla vita di ogni sfera della società canadese. Dopo vent’anni dal loro arrivo avevano costituito un sindacato, un’organizzazione per la giustizia politica, una casa editrice, un think-tank, un istituto d’arte e una rivista letteraria sulla scia dell’esperienza olandese. Nel 1967 fu avviato l’Institute for Christian Studies (ICS) con l’obiettivo di diventare una sorta di replica della Free University di Amsterdam, e il Curriculum Development Centre per lo sviluppo di nuovi curricoli per le scuole. La sfida più grande per questa comunità fu quella di mantenere il movimento vitale non solo al livello intellettuale. Passare dalla visione ad una trasformazione profonda dell’educazione, infatti, richiedeva unità d’intenti e l’impegno arduo di tutti i soggetti coinvolti.
Una comunità unita nella diversità?
La vitalità intellettuale del movimento fu accompagnata purtroppo da divisioni. La comunità era sfidata a ripensare biblicamente gli schemi della cultura dominante dentro e fuori la chiesa. Questa prospettiva radicale generò perplessità e dibattiti interni alla comunità riformata.
L’educazione cristiana era certamente una delle priorità per tutti, ma proprio per questo era anche una delle materie di maggior conflitto, in particolare per ciò che riguardava lo scopo dell’educazione cristiana e le sue implicazioni pedagogiche. Le diversità finirono per generare comunità rivali tra loro con accenti diversi che finirono per oscurare l’obiettivo comune. I dissensi rallentarono in particolare la messa a fuoco della vera sfida educativa del tempo, per affrontarla in modo unito utilizzando i diversi doni. Essa giungeva dalla pedagogia progressiva e dal pragmatismo educativo che esercitò la sua profonda influenza anche nelle scuole cristiane.
L’autore in appendice racconta parte di questa storia intrecciandola alla sua storia personale di giovane bianco americano, nato nel 1947 e cresciuto secondo un “cristianesimo transazionale” in una piccola comunità riformata del Nebraska condotto da Cristo in Canada nel bel mezzo di queste comunità olandesi.
La speranza per l’educazione sta quindi nella comunità? L’esperienza canadese, se letta alla luce delle Scritture, sembra indicare che il proverbio tanto citato dica il vero, ma solo in parte e che, per una vera speranza per l’educazione, esso manchi di una controparte che ne evidenzia il limite.
Ci vuole un’intera comunità per educare.
Quando la comunità è ingiusta la scienza perisce.
Quando si pensa all’educazione si rischia di concentrarsi su un dettaglio (un progetto, un curricolo,…) e si smarrisce il panorama generale, la legge creazionale che governa lo sforzo educativo.
Sì, serve una comunità intera per educare: lo stabilisce il progetto educativo decretato e attuato in Eden dalla comunità della divina Trinità. Esso non può che ripetersi nella storia dell’educazione anche quando la bontà di questa legge è offuscata dalle peccaminose storture di una comunità ingiusta e di progetti diseducanti. Ogni progetto educativo nasce da una comunità che condivide un modo proprio di interpretare, vivere, educare la vita e che lo esprime in tradizioni intellettuali e in reti sociali.
Per l’educazione cristiana non si tratta di trovarsi una nicchia educativa da gestire nello status quo dell’educazione, ma di essere una breccia controculturale in esso, che punti alla speranza e alla trasformazione ultima in Cristo. Per quanto residuale essa possa essere, secondo la visione riformata l’educazione cristiana dovrebbe mantenere la sua forza trasformatrice che alimenta questo orizzonte di speranza.
La forza di questa comunità sta, inoltre, sia nel suo fondamento solido sia nella sua diversità di doni. Il peccato crea comunità che tendono o ad uniformare tutti oppure a promuovere un pluralismo confusionario e privo di spina dorsale. Definire l’unità secondo parametri diversi da quelli stabiliti da Cristo significa fallire nel valutare le reciproche differenze in modo appropriato, mancando di cogliere le vere sfide comuni per l’educazione cristiana.
Forse anche in Italia ci sarà un giorno un progetto educativo evangelico alternativo da vivere e offrire pubblicamente in molteplici forme? C’è bisogno di un’intera comunità che lo sostiene, lo promuove e lo incarna a grande costo personale: una comunità che non si fermi alle determinazioni dottrinali ed intellettuali ma che sia pronta a vivere dinamiche socio-educative nuove secondo l’Evangelo, una comunità disposta a vivere l’unità in Cristo nella diversità di doni per affrontare insieme le sfide educative comuni.
(continua)
Della stessa serie:
“Educare alla speranza (I). Un’eredità contemporanea con radici antiche” (16/1/2026)