Il “cuore bruciato” di Domenico e il bisogno di un “cuore nuovo”

 
 

La storia ha commosso tutti. Il cuore del piccolo Domenico (2 anni) era malato e necessitava di un trapianto. Un cuore si è reso disponibile a Bolzano ma, una volta espiantato, è stato conservato e trasportato in modo grossolano tanto da danneggiarlo. Quando è stato trapiantato al bimbo, si è rivelato essere “bruciato”. 


Il dramma è che Domenico necessitava di un cuore nuovo, ma gli è stato messo un cuore deteriorato che ha impedito di proseguire la sua tenera vita. È ovvio che la storia ha suscitato tante domande sull’etica dei trapianti, sulle procedure dell’espianto e del trasporto in condizioni utili al re-impianto, sulla disponibilità degli organi e sui criteri di allocazione ai pazienti in lista d’attesa. [1]


Quello che ha indignato l’opinione pubblica è stata la riprovevole e superficiale gestione di cosa è successo tra l’espianto e il re-impianto. I pur rigorosi protocolli previsti sulla carta non sono stati seguiti scrupolosamente, ma arrangiati alla bene e meglio, col risultato di “rovinare” il cuore e compromettere la vita di Domenico. 


Oltre a questo, ha commosso la storia di un bimbo di soli due anni che, avendo una speranza di sopravvivenza grazie alla tecnica dei trapianti, è stato penalizzato in modo irreversibile dal malfunzionamento della “macchina” dei trapianti che, nel suo caso, ha fallito nell’erogare una speranza di vita.


La storia del cuore “bruciato” e del bisogno di un cuore “nuovo” apre un’autostrada per chi ha una minima dimestichezza con la Bibbia. Quella del piccolo Domenico è anche una parabola della storia di tutti noi. Per la Scrittura, siamo tutti affetti da un male incurabile che deriva da un cuore “insanabilmente maligno” (Geremia 17,9). Dal nostro cuore escono veleni e malvagità di ogni sorta (Marco 7,21). C’è una diagnosi infausta sul nostro cuore.


Non ci possiamo curare da noi stessi e non esiste medicina o tecnica che possa offire speranza di vita. L’unica speranza è nella promessa di Dio di toglierci il “cuore di pietra” destinato alla morte e darci un “cuore di carne” (Ezechiele 11,19) per vivere.


L’unico trapianto salvavita è quello operato dal Signore Gesù che ha dato la sua vita per la nostra. L’unica certezza è nell’opera dello Spirito Santo che rigenera i nostri cuori. L’unico sistema totalmente affidabile è quello del Padre che porta ad esecuzione i suoi propositi. La macchina del sistema italiano dei trapianti, per quanto in genere efficiente, ha mostrato una falla fatale che ha portato alla morte di Domenico. L’opera della Trinità è invece sempre perfettamente efficace per coloro che la ricevono.


Torniamo alla storia di Domenico. Sui bambini che muoiono prima dell’età della responsabilità e che sono quindi incapaci di o impossibilitati a rispondere alla chiamata dell’evangelo, la Confessione di fede battista del 1689 dice: “I bambini eletti che muoiono nell’infanzia sono rigenerati e salvati da Cristo per mezzo dello Spirito, il quale opera quando, dove e come vuole” (art. 10.3).


Noi non sappiamo perché è successo tutto ciò e dovremmo spenderci perché questi tragici errori non accadano più. Tuttavia, Dio ha propositi di bene e a Lui le cose non sfuggono di mano. Lui può circoncidere il cuore (Romani 2,29) senza bisturi, senza équipe medica, senza trasporto, senza sala operatoria. Anche ad un bimbo piccolo.




[1]: Su questi temi, si veda AaVv, “Trapianti”, Studi di teologia – Suppl. N. 8 (2010).