J.I. Packer attraverso i suoi scritti (I): sulla Scrittura

 
 

N.B. Nel 2026 ricorre il centenario della nascita di James I. Packer (1926-2020), teologo britannico che ha influenzato la spiritualità evangelica a cavallo tra la seconda metà del Novecento e i primi decenni del Duemila. Questa serie di articoli prenderà spunto dai suoi scritti pubblicati in italiano e traccerà il profilo che emerge da essi. Su Packer, Loci Communes ha già pubblicato: L. De Chirico, “Conoscere Dio. La catechesi evangelica di J.I. Packer” (18/7/2020); P. Bolognesi, “James I. Packer (1926-2020). Un tributo dall’Italia” (22/7/2020); N. Ciniello, “Invecchiare bene. Tre consigli da Jim Packer” (30/8/2024).


Uno dei cardini della fede evangelica è la ricezione della Bibbia come Parola di Dio scritta. Da sempre, questo caposaldo è stato messo in discussione da varie correnti antiche e moderne. Negli Anni Sessanta del Novecento, lo scenario teologico britannico era dominato da due tendenze prevalenti: una versione del liberalismo teologico impersonificata da James Barr (es. The Bible in the Modern World, 1971) che nutriva scetticismo nei confronti dell’affidabilità della Scrittura e una versione del barthismo impersonificata da Thomas Torrance (co-curatore dell’edizione inglese della Dogmatica ecclesiale di Barth) che aveva della Parola di Dio una concezione dialettica e sfuggente.


In questa temperie e con questi interlocutori in mente, Packer lavorò per difendere e approfondire la dottrina evangelica della Scrittura. L’eco della sua opera è giunta anche in Italia con diversi scritti tradotti. Ecco una sinossi del suo contributo.  


Una questione decisiva per Packer è il tema dell’autorità. Secondo Packer, l’autorità biblica “è una costruzione dogmatica complessa” composta da sette elementi: 


  1. l’ispirazione dei testi biblici (la theopneustìa);

  2. la loro canonicità; 

  3. la loro autoautenticazione (mediante l’opera dello Spirito Santo); 

  4. la sufficienza delle Scritture;

  5. la loro chiarezza (perspicuitas Scripturae);

  6. la loro umanità e divinità (in analogia al mistero dell’incarnazione, ma con importanti differenze);

  7. la sottomissione consapevole al suo insegnamento. [1]


Come facilmente si evince, non si tratta di questioni di poco conto. Quando si affronta il tema dell’autorità, si entra nelle viscere di un pensiero teologico e di un’esistenza teologica. Si toccano le parti più sensibili dell’appartenenza e della dedizione, i centri di autorità a cui ci si sottomette, i punti di riferimento più importanti. Non deve stupire il fatto che, proprio sull’autorità, incastonata com’è in importanti presupposti teologici, la diversità tra la fede evangelica e quella liberale e tra la fede evangelica e quella cattolica siano molto accentuate. 


Un problema apparentemente legato all’autorità può essere determinato da una comprensione di ognuno di questi sette aspetti e dal loro collegamento. Si può dire che l’autorità è circolarmente unita alla dottrina della rivelazione, in generale, e della Scrittura, in particolare. In altre parole, l’autorità riconosciuta alla Scrittura dipende in gran parte dal tipo di riconoscimento teologico che si dà alla Bibbia. C’è un rapporto proporzionale tra le convinzioni sulla Scrittura e l’autorità che le si riconosce.


Packer ha anche partecipato alla discussione evangelica internazionale, dando un contributo significativo alla trilogia di Chicago. Essa è composta di documenti importanti che danno il polso della vitalità della riflessione teologica contemporanea. [2]


La Dichiarazione del 1978 intende consolidare una teologia evangelica della Scrittura all’insegna dell’indissolubile legame tra Cristo e Scrittura nell’ottica dell’inerranza del testo biblico. Quella del 1982 intende sottolineare un’ermeneutica evangelica della Scrittura all’insegna del principio dell’analogia della fede. Quella del 1986 intende suggerire piste per un’ubbidienza evangelica alla Scrittura nel contesto delle questioni etiche, sociali e politiche del nostro tempo. 


La trilogia ha un suo movimento teologico interessante: alla confessione, segue l’interpretazione in vista dell’applicazione. O, si potrebbe anche dire, senza una teologia della Scrittura nemmeno si può pensare alla sua messa in pratica e, viceversa, senza l’applicazione, la riflessione teologica rimane sterile e, in fondo, inutile. 


La vivibilità della teologia è un altro tratto del pensiero di Packer. Esso ha come pilastro portante la dottrina evangelica della Scrittura. 

(continua)





[1]: James Packer, “L’ermeneutica e l’autorità della Bibbia”, Studi di teologia I (1978) N. 1, pp. 1-35. Il tema dell’autorità biblica, intrecciato com’è ai prolegomena teologici, è uno dei filoni principali della riflessione di Packer. Cfr. i suoi scritti: “Autorità della Bibbia”, Certezze 30 (1962) pp. 5-8; “Rivelazione e ispirazione” in D. Guthrie – J.A. Motyer (edd.), Commentario biblico, vol. 1, Modena, Ed. Voce della Bibbia 1973, pp. 27-35; “Concezioni contemporanee della Rivelazione” in C. Henry (ed.), La Rivelazione e la Bibbia nel pensiero evangelico contemporaneo, Napoli, Ed. Centro Biblico 1973, pp. 113-133. Una raccolta dei suoi scritti sulla teologia della Scrittura si trova in Alistair McGrath (ed.), Honouring the Written Word of God. Collected Shorter Writings of J.I. Packer, vol. 3, Carlisle, Paternoster 1999.


[2]: "Dichiarazione di Chicago sull'inerranza biblica" (1978), "Dichiarazione di Chicago sull'ermeneutica biblica" (1982) e “Dichiarazione di Chicago sull’etica biblica” (1986) in P. Bolognesi (a cura di), Dichiarazioni evangeliche. Il movimento evangelicale 1966-1996, Bologna, Ed. Dehoniane 1997, rispettivamente pp. 132-145, 177-182 e 316-338.