Jürgen Habermas (1929-2026). Il pensiero moderno può vivere di sole procedure?
In principio era l’illuminismo ideologico che aveva (a suo dire) decretato la fine della religione. Quest’ultima era considerata uno stadio un po’ più evoluto della magia, ma ancora oscurantista e retrograda. La luce della ragione l’avrebbe spazzata via del tutto portando finalmente l’umanità alla dignità del suo rango.
A partire dal Settecento, attraverso diverse fasi e innumerevoli versioni, l’onda lunga dell’illuminismo è arrivata sino ai “nuovi atei” britannici come Richard Dawkins e altri. A cavallo del nuovo millennio, questi filosofi-scienziati hanno reiterato lo sprezzo per la religione e incitato alla sua espulsione dal discorso pubblico.
A questi esiti ideologici ed oppositivi si è sempre opposto il filosofo tedesco Jürgen Habermas, da poco scomparso. Pur venendo da una scuola di pensiero impregnata di pregiudizio illuminista nei confronti della religione, Habermas ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere che la relazione tra modernità e religione non può essere pensata in termini semplicistici di contrapposizione.
Prima di tutto perché il mondo moderno non è un monolite ideologico, ma ospita una polifonia di voci, non tutte accordate sullo scientismo ateo, ma molte ancora echeggianti l’influenza di visioni e pratiche religiose. E poi perché la modernità, pur cercando di superare la soggezione di fronte alla religione e la sua prevalenza nel discorso pubblico, non è strutturalmente in grado di congedare il ricorso ad una qualche fondazione del pensiero.
Habermas chiamava il suo approccio “post-metafisico” in cui il senso del “post” voleva dire non più riconducibile alle strutture di plausibilità pre-moderne, ma nemmeno del tutto sganciate dalla necessità di argomentare con ragioni solo dipendenti dalle emozioni individuali o dagli interessi di classe.
Mentre Habermas è stato lucido abbastanza nell’individuare i limiti della ragione illuminista che agisce per sottrazione e si muove con arroganza epistemica, ha provato a concentrare la sua attenzione sulle procedure del discorso pubblico. In altre parole, mentre la “sostanza” (e con essa la metafisica e la religione) era per lui un discorso al di là della ragione moderna, le forme e le regole della deliberazione dovevano essere al centro del suo interesse.
Un campo di verifica della sua proposta è stata la complessa questione bioetica della genetica. In un libro per molti versi illuminante, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Torino, Einaudi 2002, Habermas ha messo in guardia dai rischi di avvicinarsi al progresso tecno-scientifico che è in grado di manipolare l’essere umano con la pretesa di affrontarlo con la ragione “nuda” di stampo liberale. Pur non sposando una visione sostanziale della natura umana, Habermas era consapevole della fragilità di lasciarla alla mercè di spinte irragionevoli e arbitrarie.
I suoi argini erano l’attenzione alle procedure inclusive (tutti debbono potersi esprimere e contribuire alla deliberazione pubblica) e al “common sense”, a suo modo di vedere trasversale alle posizioni registrabili nella società.
Nel proporre il “common sense” come antidoto alla deriva libertaria, Habermas faceva rientrare alla finestra ciò che aveva espulso dalla porta. Cos’è il “common sense” se non un deposito, per quanto sottile e cangiante, di uno zoccolo duro, di un nucleo, di una comprensione dell’essere umano che va oltre la biologia, la chimica e la fisiologia? Non è il “common sense” un altro modo di riconoscere che il pensiero non può totalmente emanciparsi da quelli che l’apologetica riformata di Van Til chiamerebbe i presupposti o il pensiero trascendentale?
Anche l’attenzione alle procedure, per quanto doverosa, era un modo per Habermas di dedicarsi alle regole del gioco, pensando di evitare le origini e le finalità del gioco. Come è possibile dedicarsi al regolamento soltanto senza avere una visione d’insieme del gioco stesso? Qui sta il limite di Habermas e di tutto il filone di pensiero post-metafisico a cui ha dato voce.
L’apertura di Habermas al dialogo col pensiero religioso fu plasticamente rappresentata con il dibattito pubblico che ebbe con l’allora cardinal Joseph Ratzinger nel 2004 a Monaco. I due discussero sul tema “La democrazia ha bisogno di premesse religiose?” e l’evento ebbe una certa risonanza mediatica. Non ho contezza che Habermas si sia confrontato anche con pensatori evangelici. Ed è un peccato.