La cultura woke in Italia?

 
 

“La cultura woke non serve all’Italia”. Queste parole di Giuseppe Conte, contenute in una lettera al Corriere della Sera, hanno generato un piccolo vespaio di fine estate nella sinistra italiana. Vero è che non è stato Conte ad aprire il dibattito.

Non stupisce che il prompt sia venuto da Oltreoceano e più precisamente da una dichiarazione di Alexandra Ocasio-Cortez, deputata al Congresso USA e (si dice) aspirante candidata democratica alle Presidenziali del 2028. Forse per sostenere la sua futura candidatura, Ocasio-Cortez ha voluto mandare un messaggio all’elettorato moderato americano, presentandosi non più come voce radicale ma centrista della sinistra. Chissà.


Forse per guadagnare un punto nella contesa della leadership del “campo largo”, Conte ha ripreso il discorso sul woke, prendendone a suo modo le distanze, per accreditarsi come leader affidabile per l’elettorato moderato italiano e distanziarsi da Elly Schlein che sembra essere più schiacciata sulle tematiche woke. Chissà. 


Sia la parola (woke, all’erta) che la cultura ad essa associata (cancel culture, fluidità e critica di genere, teoria critica della razza, super-correttezza politica e del linguaggio) sono un fenomeno molto americano che ha plasmato la cultura progressista di quel Paese negli ultimi decenni. Sia la politica (in particolare le amministrazioni Obama e Biden) sia l’accademia (le grandi università dell’Ivy League) sia i giornali di sinistra hanno per anni pompato il wokismo. L’acronimo DEI (Diversity, Equality, Inclusion) costituisce l’architettura politica-culturale del programma woke. La cultura woke è stata presentata come l’altare a cui tutto (o quasi) deve essere sacrificato.


Questo per quanto riguarda gli USA. Ma l’Italia? C’è una cultura woke da noi? Ovviamente le tendenze della cultura americane si sono riverberate anche da noi, anche se, altrettanto ovviamente, i contesti sono diversi. Direi che tracce di cultura woke hanno attecchito a macchia di leopardo, soprattutto in quegli ambiti della vita sociale dove i presidi della cultura di sinistra sono egemonici.


Si pensi al mondo della scuola, con i tentativi di introdurre programmi ispirati all’ideologia gender. Si pensi al mondo dell’università dove nella facoltà umanistiche i “gender studies” sono diventati la disciplina trasversale che attira fondi e produce corsi, convegni e dottorati di ricerca. Si pensi ai “giornaloni” (esempio: Corriere, Repubblica, La Stampa), all’informazione televisiva (esempio: Otto e Mezzo) e alla produzione cinematografica dove il “politicamente corretto” è considerato l’ortodossia a cui tutte le persone considerate intelligenti devono aderire.


Vero è che, più che dal woke americano, la scuola, l’università e il mondo della cultura italiana, sono stati influenzati da un’evoluzione del gramscismo che è un progenitore del woke, non un suo figlio. 


Detto questo, altri pezzi di società italiana sono rimasti meno impattati dal woke: si pensi al mondo del lavoro e ai criteri di reclutamento/assunzione dove vigono ancora pratiche di raccomandazione in base a conoscenze, si pensi alla reticolare presenza del cattolicesimo in tutte le sue sfaccettature, si pensi a sacche di razzismo che permangono nella pancia del Paese, si pensi a tracce resistenti di familismo, sessismo e tradizionalismo ancora molto diffuse. Questi e altri ambiti rimangono quelli che erano prima dell’emersione del woke. 

 

Insomma, l’uscita di Conte sembra essere più dettata dalla ricerca di un piccolo vantaggio politico che da sensate ragioni culturali. Più che col woke, l’Italia deve fare i conti con il non aver conosciuto né una riforma religiosa né una rivoluzione politica. Alla tradizionale e pervasiva matrice cattolica, si è prima contrapposta e poi alleata la matrice socialista-comunista. L’Italia è dentro questa miscela culturale cha ha prodotto il mainstream catto-secolarizzato nostrano. Altroché woke. In Italia stiamo ancora aspettando la Riforma.