Se anche Bill Gates ha paura dell’IA
Certo, per ogni innovazione tecnologica ci sono sempre i vecchi tromboni che provano ad opporsi al progresso e a desiderare di tornare “ai metodi di una volta”. Se ne sentono in giro a proposito dell’Intelligenza Artificiale (IA). Eppure, se Bill Gates si prende la briga di scrivere un lungo articolo sui pericoli dell’IA, allora forse va ascoltato.
Gates è il cofondatore di Microsoft. È l’uomo della rivoluzione del personal-computer. È colui che ha lavorato per anni affinché i computer diventassero più potenti, riuscissero a sostituire gli esseri umani in alcuni compiti complessi e a fare in modo che il Pc e l’uso di internet diventassero parte dell’esperienza quotidiana imprescindibile.
Insomma, non certo una persona ancorata al passato con l’interesse di tornare al mondo analogico!
Eppure, in un lungo post sul suo blog, Gates mette in guardia dal considerare come neutra la transizione verso una sempre più pervasiva presenza dell’IA. Anzi, la definisce una transizione turbolenta che va navigata con saggezza, poiché, altrimenti può generare spaventosi danni sociali, culturali ed economici.
Gates si chiede, retoricamente, se mentre esploriamo le sempre più avanzate capacità dell’IA, ci stiamo anche preoccupando di come prevenire il divario sociale che la sua implementazione causerà e se i leader stanno preparando piani per entrare in questa nuova era con strumenti adeguati.
Gates sostiene che questa preparazione non sta avvenendo perché stiamo sottovalutando il grande passaggio che stiamo vivendo. Al momento l’IA è ancora fallace in molti aspetti e sembra che l’intervento umano sia comunque necessario e insostituibile. Ma questa è solo una fase preliminare che sta velocemente evolvendo. Siamo pronti per la fase successiva in cui l’IA sostituirà in maniera efficace e molto più efficiente l’intervento umano? Stiamo pensando a come gestirla?
In secondo luogo, per Gates il grande inganno sta nel credere che la rivoluzione apportata dall’IA sia sostanzialmente paragonabile alle rivoluzioni apportate da tutte le altre tecnologie fin qui. Per lui, non è così. Paragonare l’avvento dell’IA all’avvento dei Pc è sottostimare la potenza rivoluzionaria di questa nuova fase tecnologica.
I principali rischi che Gates sottolinea sono:
- La scomparsa di molti posti di lavoro.
- La possibilità per molte persone (e forse anche per l’IA) di fare più danni.
- Il possibile ostacolo dello sviluppo relazionale delle future generazioni che sostituiranno le relazioni umani a quelle virtuali.
Quindi si tratta di un macro-problema socio-economico, di sicurezza e relazionale-culturale-sociale. Molti resteranno fuori dal mercato del lavoro prima ancora di renderci conto del potenziale totale dell’IA. Si dovrebbe procedere, in base a questa previsione ad immaginare soluzioni che limitino i danni di questo nuovo aspetto con cui ci scontreremo. Con l’IA, sarà alla portata di tutti la possibilità di migliorare le proprie capacità criminali. Contemporaneamente, si stanno sviluppando modelli di sicurezza protettiva? Se sì, chi gestisce questi processi? Quale sarà l’impatto sulle future generazioni quando avranno chatbot con cui relazionarsi e meno esigenza di imparare grazie al supporto continuo dell’IA?
Gates si chiede anche in mano a chi sono gli eventuali processi di controllo? Nelle stesse mani delle aziende che sviluppano tale tecnologia? Non si dovrebbero sviluppare attraverso un processo democratico pubblico che coinvolga funzionari eletti, responsabili politici, educatori, operatori sanitari, funzionari locali e leader della comunità? Inoltre, invita le istituzioni nazionali e sovranazionali a pensare a quadri normativi che aiutino a vivere questa transizione.
Insomma, mentre si dice fermamente convinto che l’IA può apportare miglioramenti biomedici, scientifici, di ricerca, di sviluppo nei Paesi emergenti, Gates ritiene anche che al momento ci sia un grande vuoto di valutazione d’impatto culturale e che al mondo servirebbe più tempo per ideare delle strategie di resilienza, data la velocità con cui l’IA continua a svilupparsi.
La mancanza di tempo sembra essere la preoccupazione più pressante di Gates che intravede la possibilità di essere travolti dalle conseguenze negative dell’avvento dell’IA prima che il mondo si interroghi su come prevederle e prevenirle.
Interessante notare che nel suo lungo articolo Gates citi l’enciclica di Papa Leone XIV sull'intelligenza artificiale, "Magnifica Humanitas”, come voce da ascoltare. Anzi, addirittura invita altri leader religiosi a porre solide basi etiche e antropologiche capaci di resistere all’IA. È curioso come uno degli esponenti della cultura tecnocratica di sinistra e “illuminata” si renda oggi conto che, senza una cornice morale e dei presidi antropologici, si rischia di venire investiti dalla tecnologia. Lo sviluppo tecnologico, da solo è vuoto e pericoloso e anche i suoi “profeti” oggi se ne sono resi conto.
Insomma, persino Gates invita, implicitamente, anche noi evangelici ad inserirci nel dibattito sull’IA con preparazione ed autorevolezza per poter valutare in maniera biblicamente adeguata una nuova fase dello sviluppo della nostra storia.
P.S. Su questi temi si terranno le Giornate teologiche 2026 dell’IFED: “La testimonianza cristiana nell’era digitale” (11-12 settembre 2026).