“Ma se l’Italia è un Paese cristiano, perché evangelizzare?”. Spunti da un seminario sul cattolicesimo a Roma
È capitato a tutti gli evangelici italiani di confrontarsi con qualche amico/a credente di tutt’altra parte del mondo o d’Europa per sentirsi dire: “l’Italia è un Paese cristiano: lo dice la storia e le statistiche religiose. Allora perché evangelizzare, fondare nuove chiese, ecc. se c’è già la chiesa cattolica?”
Dietro queste domande soggiace un metatesto che è formato da altri quesiti, più o meno consci, tra i quali: “Perché non integrarsi nelle parrocchie e nei movimenti cattolici carismatici o comunque aperti? Perché non cercare spazi di azioni dentro le maglie del cattolicesimo, invece di intestardirsi a evangelizzare in vista di fondare chiese evangeliche?”.
Di questo e altro si è parlato ad un seminario intensivo di due giorni a Roma organizzato dai responsabili dei Paesi europei mediterranei della missione evangelica Operazione Mobilitazione (OM) e condotto dalla Reformanda Initiative. Diciassette leader da 7 Paesi europei hanno seguito con attenzione le diverse sessioni che hanno tratteggiato un’analisi evangelica del cattolicesimo romano.
Per rispondere alla domanda se si debbano evangelizzare l’Italia o i cattolici più in generale, bisogna capire come si comprende la natura del cattolicesimo romano. È una delle tante denominazioni cristiane magari con qualche dettaglio un po’ idiosincratico per la sensibilità evangelica, ma ancorata ai fondamenti dell’evangelo? Oppure è un sistema che, pur usando il linguaggio derivato dalla Bibbia ed essendo innervato al suo interno da tante variabili, ha costruito una narrazione della fede cristiana distante e distinta dall’evangelo biblico?
Il seminario ha affrontato temi quali il cattolicesimo come visione del mondo e come sistema dottrinal-spirituale; l’agenda ecumenica del cattolicesimo, le tendenze missiologiche emergenti dal Vaticano II, la testimonianza evangelica nei confronti dei diversi tipi di cattolici che incontriamo, ecc. Il quadro emerso ha descritto sia la “romanità” del sistema (istituzioni, sacramenti, magistero, tendenza centripeta), sia la “cattolicità” dello stesso (cambiamenti, varietà, integrazione). Una certa attenzione è stata posta sul Concilio Vaticano II quale passaggio fondamentale per cercare di capire sia le strutture portanti del pensiero cattolico sia le dinamiche contemporanee dello stesso.
Nei vari territori, la sfida del cattolicesimo in contesti europei non solo mediterranei arriva sia dall'interno dell’organizzazione missionaria (es: gruppi cattolici carismatici che invitano chiese o gruppi evangelici a partecipare ai corsi Alpha gestiti da cattolici o a concerti di “lode” in cui si dà l’dea che siamo “tutti uniti” e che le differenze sono superate) sia dall'esterno (es: evangelici di altre missioni in altre parti del mondo che non capiscono perchè si debba evangelizzare in Paesi a maggioranza "cristiana", cioè cattolica).
La pressione sulle agenzie missionarie evangeliche affinchè si aprano all’ecumenismo cattolico è forte. Il seminario ha fornito chiavi di lettura per decodificare il linguaggio suadente dell’ecumenismo cattolico quando parla di essere “uniti nella missione”, “camminare insieme”, “evangelizzare l’Europa”, “pregare come fratelli e sorelle”, … tutte espressioni molto vicine alla sensibilità evangelica, ma portatrici di una progettualità dentro l’agenda cattolica di inglobare tutto e tutti dentro la propria rete, non in base all’evangelo biblico.
L’Italia e i Paesi a maggioranza cattolica vanno evangelizzati, così come tutti i Paesi, del resto, anche quelli a maggioranza “protestante”. In questa missione, il cattolicesimo non è un alleato, semmai un ostacolo perché i suoi impegni profondi sono un miscuglio inestricabile di “sì e no” all’evangelo biblico. Questo non significa non riconoscere che Dio è all’opera in individui che, rigenerati dallo Spirito Santo, confidano in Cristo soltanto per fede soltanto. E ciò non grazie al cattolicesimo, ma contro il cattolicesimo. La missione evangelica deve continuare.