Sacre osse o tomba vuota? Cosa dice la storia delle reliquie sulla fede che viviamo

 
 

Il sangue di San Gennaro a Napoli. La lingua di sant’Antonio a Padova. La testa di Giovanni Battista a Roma. La coda dell’asino su cui ha cavalcato Gesù a Genova. Benvenuti nell’immaginifico mondo delle reliquie. Molte chiese cattoliche custodiscono reliquie di vario genere e di varia provenienza che sono venerate da millenni.


In quanto oggetti materiali, le reliquie sono frammenti di ossa, arti (braccia, gambe, dita), tessuti organici e tessili, oggetti vari appartenuti a personaggi della storia evangelica o della storia della chiesa a cui la chiesa cattolica attribuisce un ruolo di viatico a Dio. Siccome questi oggetti provengono da o sono stati in contatto con “santi”, sono considerati capaci di trasmettere il senso della divinità a coloro che li venerano (andando in pellegrinaggio, toccandoli, pregando davanti ad essi). 


Della storia delle reliquie parla il libro di Federico Canaccini, Sacre ossa. Storie di reliquie, santi e pellegrini, Bari-Roma, Laterza 2025. L’interessantissimo volume è stato presentato dall’autore, docente di Storia medievale alla LUMSA di Roma, il 7 febbraio nell’ambito di “Libri per Roma”, un’iniziativa giunta al sesto anno dell’ICED per promuovere la cultura evangelica tramite il dialogo sui libri.


La domanda da cui prende le mosse il libro è giustamente la seguente: se la fede cristiana parte dalla tomba vuota del Signore Gesù risorto, come mai il cattolicesimo ha riempito le chiese di oggetti da venerare? 


Se la fede cristiana si è affidata alla testimonianza oculare di chi ha visto Gesù risorto e poi ha scritto i libri del Nuovo Testamento come “prova”, perché le masse cristiane sono andate alla ricerca di reperti che le aiutassero a credere? 


Se l’insegnamento apostolico dice che “camminiamo per fede non per visione” (2 Corinzi 5,7), come mai l’immaginario cattolico si è riempito di cose da vedere, toccare e davanti alle quali inginocchiarsi?


Il libro mostra come la “svolta costantiniana” del IV secolo abbia modificato il volto del cristianesimo. Dopo che Costantino diventa imperatore, sua madre Elena organizza una spedizione a Gerusalemme per cercare oggetti e reperti legati alla storia di Gesù con cui poter riempire i templi che, nel frattempo, venivano costruiti in tutto l’impero. 


Da quella spedizione, Elena riportò il legno della croce, i chiodi della crocifissione, i peli della barba del Signore, ecc., di fatto “creando” il fenomeno delle reliquie cristiane ed introducendo nel vissuto cristiano l’idea che esse fossero “cariche” di santità trasferibile ai devoti.


Il fenomeno delle reliquie nasce dunque in quella complessa e tristemente decisiva trasformazione del cristianesimo dalla sua fase post-apostolica (ancora in gran parte ancorata all’insegnamento biblico) a quella “romana”. È una transizione in cui le credenze religiose greco-romane vengono ricoperte di una patina cristiana, piuttosto che essere sfidate dall’evangelo e riformate di conseguenza.

 

Invece di seguire le parole del Signore secondo cui sono “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Giovanni 20,29), il cristianesimo delle reliquie modificò le regole d’ingaggio della fede: dall’ascolto della Parola alla visione di oggetti, dalla mediazione del Signore Gesù risorto a quella di santi e altri mediatori, dalla presenza dello Spirito al tocco di reperti.


Il libro di Canaccini è un affascinante viaggio nella storia delle reliquie e documenta come, da Elena in poi, il cattolicesimo sia stato investito da una ricerca spasmodica di reliquie tanto da diventare anche una fabbrica delle stesse. L’autore riporta opportunamente anche la critica devastante della Riforma protestante (su tutti Calvino) che ha contestato non solo gli abusi connessi alle reliquie, ma la legittimità biblica delle stesse.


Canaccini sembra comprendere la critica protestante, ma rimane dentro la narrazione delle reliquie come appartenenti ad un bisogno antropologico profondo: quello di un contatto col sacro che passi da un oggetto ritenuto vicino. 


Qui c’è una scelta di fondo. Quella del cattolicesimo è di integrare la grazia nella natura, elevandola ad un livello soprannaturale. In quest’ottica, la reliquia è un’esigenza della natura e la grazia risponde con le reliquie dei santi al bisogno di contatto col divino, in analogia al modo in cui il cattolicesimo crede che l’eucaristia è la presenza reale di Cristo nella materialità transustanziata del pane e del vino. 


Quella della fede evangelica è diversa: fondandosi sulla Scrittura, sa che “la fede viene dall’udire la Parola di Dio” (Romani 10,17) e che essa è “certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” (Ebrei 11,1). Cristo è realmente presente mediante lo Spirito Santo nei segni che ha lasciato (battesimo e cena), ma non in oggetti caricati di divino.


In fondo, la scelta è tra l’antropologia religiosa rivestita di cristianesimo o la teologia biblica che riforma la vita intera. Le reliquie sono il simbolo della prima, non della seconda.