Umberto Eco, il cardinal Martini e quel peculiare dialogo sull’etica
Nel 2016 moriva Umberto Eco (1932-2016), noto professore di semiologia all’Alma Mater di Bologna. Ora che sono passati dieci anni, possiamo tornare a parlare di lui. Non che non lo potessimo fare prima. Nel suo testamento, infatti, Eco aveva esplicitamente chiesto di non organizzare convegni su di lui per un decennio, mentre non aveva proibito di scrivere e pubblicare sul suo pensiero. Nonostante ciò, chissà quanti studiosi abbiano evitato anche tale ricerca, col timore che la tentazione li portasse ad approfondire le loro intuizioni organizzando qualche seminario illecitum e contra testamentum.
Al di là di queste congetture, in occasione del suo anniversario vogliamo approfondire il suo approccio alla realtà religiosa. Se da una parte, in quanto dichiarato agnostico, Eco non ha mai scritto un testo esplicitamente indirizzato alla fede, dall’altra, per la sua educazione familiare e vicinanza giovanile all’Azione Cattolica, si interessò spesso al cristianesimo per la sua cultura ricca di linguaggi, memoria e simboli. Nel corso della sua carriera pubblicò studi sull’estetica medievale, interessandosi particolarmente di Tommaso D’Aquino e Beato di Liébena, e trattò temi teologico-filosofici nei suoi romanzi, particolarmente ne Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault.
Oltre a studi e romanzi, un testo forse meno conosciuto, ma non per questo meno interessante, è lo scambio epistolare che Eco ebbe con l’allora arcivescovo di Milano, poi cardinale, Carlo Maria Martini (1927-2012). Si tratta di un dialogo pubblico nato sulla rivista Liberal nel 1996, intitolato “In cosa crede chi non crede?”. Esso indaga aspetti dell’etica collegandoli al senso della vita, al rapporto tra laici e cattolici, e al ruolo della chiesa cattolica. Il volume è altresì arricchito dai commenti di intellettuali come Severino, Sgalambro, Scalfari, Montanelli, Foa e Martelli.
Considerando l’interlocutore di Eco, non sorprende che la preferenza sia ricaduta su Martini. Oltre allo spessore intellettuale dell’arcivescovo, una delle iniziative più originali promosse da quest’ultimo fu “La cattedra dei non credenti”, cioè un luogo pubblico di dialogo tra credenti e non credenti dove promuovere l’ascolto reciproco (gli interventi sono stati successivamente raccolti nel volume Le cattedre dei non credenti pubblicato da Bompiani nel 2015).
La domanda centrale che informa il resto dello scambio è se il non credente possa agire moralmente. In altre parole, se non si crede in Dio e quindi non si accettano norme trascendenti e imperativi categorici, perché si dovrebbe fare il bene anche quando costa?
Eco risponde affermando che l’etica nasce quando entra in scena l’altro. L’uomo scopre il limite e il dovere non partendo da un comando divino, ma dall’esperienza concreta del dolore e del bisogno dell’altro. La nostra libertà non è assoluta perché si incontrano le libertà e i bisogni altrui. Da questo incontro nasce la reciprocità e la responsabilità. Per Eco il non credente può comportarsi moralmente perché riconosce che l’altro non è un oggetto inanimato. Il non credente non ha bisogno di credere in Dio per sapere che umiliare, torturare, violentare, tradire o distruggere l’altro è male. Perciò, l’etica “laica” nasce dalla relazione, dalla vulnerabilità condivisa e dalla consapevolezza che siamo esseri dipendenti gli uni dagli altri.
D’altra parte, mentre Martini apprezza questa presa di posizione, continua a interrogare il fondamento ultimo. Se l’etica nasce dall’altro, perché l’altro dovrebbe obbligarmi in modo assoluto? Che cosa impedisce, in certe condizioni e per ragioni contingenti, di ignorarlo? L’altro non sarà mai assoluto, quanto Dio e le sue leggi. Per questo Martini insiste che l’etica ha bisogno della verità rivelata perché altrimenti dipenderebbe dal consenso transeunte, dall’istinto irrequieto o da una cultura ondivaga.
Abbiamo cominciato con Eco e concludiamo anche in compagnia di Martini. Entrambi piemontesi: Eco nato ad Alessandria e Martini a Torino; entrambi naturalizzati milanesi; entrambi intellettuali, entrambi interessati all’etica, però con vocazioni diverse e approcci distinti: Eco trova l’etica nell’altro, Martini nel Dio che ha formato l’altro.
In entrambi i casi, la visione evangelica apre a degli interrogativi, sia per Eco sia per Martini, pur accettando biblicamente la solidarietà verso il prossimo nel pensiero del primo e la necessità di un fondamento trascendente e divinamente normativo nella posizione del secondo.
Nel caso di Eco, egli soffoca la conoscenza di Dio non ammettendo che ciò che porta l’individuo a mostrare solidarietà non è in ultima istanza la somiglianza con il prossimo, ma la somiglianza che tutti hanno con il loro Creatore. Danneggiare il prossimo vuol dire offendere coLui che l’ha creato. La morale si fonda innanzitutto su Dio che dona dignità all’uomo, che è bene ricordare non essere infinita.
Nel caso di Martini, egli parla di una legge divina, ma non specifica come essa possa essere ubbidita. Non sembra esserci distinzione tra il peccatore impenitente e il peccatore redento. Tutti coloro di buona volontà sono pelagianamente in grado di obbedire a questa legge e fare del bene al prossimo. Peccato, ribellione, redenzione, rigenerazione di mente e cuore sono elementi assenti sul radar del vescovo di Milano. In fin dei conti, a parte il riferimento a Dio, la morale di Martini sembra essere più vicina all’umanesimo di Eco che al cristocentrismo del vangelo.
(Una versione di questo articolo è stata pubblicata su Che vi do!, XXXV, n. 113, luglio 2026, periodico quadrimestrale di Pane Quotidiano Onlus)