“Una di noi” trucidata. In morte di Lisa Ross
“Missionaria evangelica trucidata ad Atene”. Questo e altri titoli hanno dato la tragica notizia del truculento assassinio di Elisabeth-Jane Ross (da tutti conosciuta come Lisa), una missionaria scozzese di 38 anni il cui corpo è stato trovato in una valigia in una casa abbandonata alla periferia di Atene. Le indagini sono ancora in corso, ma sembra ormai assodato che a commettere l’efferato delitto sia stato un uomo di nazionalità afgana, arrivato in Grecia come profugo.
Secondo un articolo della BBC, l’uomo, pugile professionista, si era poi “convertito” al cristianesimo e si era sposato con una credente evangelica americana, anche lei coinvolta nell’assistenza ai profughi. Dal loro matrimonio è nato un figlio. La coppia gestiva un piccolo centro di accoglienza per profughi ad Atene: un appartamento dove si svolgevano attività ricreative e conviviali.
Proprio le attività di questo centro hanno visto Lisa prestare attività di volontariato. È lì che ha conosciuto quello che sarebbe diventato il suo assassino. Non è ancora chiaro il movente prevalente: una avance sessuale rifiutata o un litigio a seguito del tentativo di furto delle carte di credito.
Lisa era membro della chiesa evangelica City on a Hill di Edimburgo e non era la prima volta che si recava ad Atene per aiutare le attività evangeliche a favore dei profughi. Il suo zelo per la missione verso i profughi era noto ed apprezzato da tutti.
La vita terrena di Lisa è tragicamente finita a 38 anni. Grazie a Dio, continua alla presenza del suo Salvatore, in attesa della resurrezione quando il suo corpo martoriato e compresso in una valigia riceverà una gloria incorruttibile.
La vittima di questa storia terribile è stata una donna, una missionaria evangelica, “una di noi”. Leggendola e riflettendoci su, è inevitabile fare i conti con un mix di rabbia, risentimento, voglia di giustizia, se non di vendetta.
Tutti gli elementi della storia fino al momento del tragico epilogo avrebbero potuto svolgersi anche altrove, a Roma ad esempio. Pur se in misura minore che ad Atene, anche a Roma negli anni scorsi sono stati avviati servizi evangelici rivolti ai profughi, in particolare provenienti dall’Afghanistan. Anche a Roma abbiamo avuto tante “Jane”, giovani donne e uomini venuti per un tempo breve o prolungato per assistere, incontrare, essere prossimi ai tanti profughi arrivati nella capitale.
Tra questi ultimi abbiamo avuto anche dei pugili. Vi sono state anche conversioni. Abbiamo avuto anche matrimoni tra profughi e operatrici. Abbiamo avuto appartamenti aperti per attività ricreative. Esattamente come ad Atene.
Insomma, leggendo la storia terribile di Atene con gli occhi chiusi, sembrava di rivedere la scena ambientata a Roma. La trama del film era conosciuta. La fine di Jane avrebbe potuto capitare anche qui, ad una delle “Jane” venute tra noi.
Una parola sul presunto assassino. L’articolo della BBC parla di un orfano di padre (da quando aveva 15 anni) e di una persona che ha perso il resto della famiglia in un attacco suicida a Kabul. La fuga dal Paese devastato dalla guerra e il viaggio rocambolesco verso la Grecia hanno aggiunto ferite su ferite. Sono traumi che, evidentemente, hanno lasciato una traccia che la sedicente conversione e la stabilizzazione della vita (lavoro, matrimonio, figlio) non hanno guarito.
Nel ministero evangelico tra i profughi spesso si incontrano ingenuità e sentimentalismi. Non è facile discernere i reali bisogni delle persone e, per coloro che professano la fede cristiana, i segni della rigenerazione. Di certo è che la storia di Atene ci ricorda che la gravità dei traumi vissuti non può essere trattata superficialmente come troppo spesso accade.
Nell’elaborare la rabbia nei confronti dell’assassino di Jane, mi è tornata in mente una recente conferenza tenuta a Roma sul salmo 137. In questo salmo d’imprecazione, il salmista prega per la giustizia di Dio affinché i malvagi possano pentirsi dei loro peccati e rivolgersi a Dio per la loro salvezza. Questo concetto viene esplicitato nel salmo 83,17-18. I salmi imprecatori sono finalizzati alla salvezza degli empi e alla loro conversione. Preghiamo che l’assassino si penta, questa volta veramente e definitivamente.
In questi salmi imprecatori c’è anche la richiesta da parte del salmista di punire i malvagi impenitenti e di preservare il Suo popolo da queste persone impenitenti. Ecco, nel pensare all’assassino, il salmo 137 può dare le parole per farlo in modo timorato e “controllato” dalla Scrittura, piuttosto che dai nostri sentimenti scomposti.