Vangelo e politica dall’emisfero australe del mondo evangelico

 
 

Nel 2025 le Giornate teologiche dell’IFED hanno avuto come tema “La politica del vangelo” e gli atti del convegno sono stati da poco pubblicati: “La politica del vangelo”, Studi di teologia N. 76 (2026). A margine delle discussioni che il tema della politica suscita nelle chiese evangeliche, può essere interessante aprire lo sguardo e vedere cosa bolle in pentola in altri contesti geografici del mondo evangelico. Come viene affrontata la questione?


Il libro di Michael P. Jensen, Subjects and Citizens. The Politics of the Gospel, Sydney, Matthias Media 2024, pp. 204 viene dall’Australia e apre una finestra su una regione non trascurabile nella mappatura dell’evangelismo globale.


Il rapporto con la politica è un tema “sensibile” nella coscienza evangelica. Negli ultimi anni, dove gli evangelici sono cresciuti in termini numerici non sempre sono riusciti ad avere un impatto positivo nella politica o sulla politica. Dove la presenza evangelica è storicamente forte (come negli USA, ad esempio), la politica è stata di recente sovraccaricata di aspettative. Detto questo, in molte regioni del mondo, gli evangelici hanno una postura politicamente amorfa o disinteressata. 


Alla luce di ciò, un libro che ha come sottotitolo “la politica del vangelo” (lo stesso delle Giornate teologiche del 2025) è ambizioso. L’Autore è un teologo evangelico (anglicano) australiano e in questo volumetto prende le mosse da Romani 12-15. Il suo scopo è di gettare luce evangelica sulla politica, partendo dal locus biblico classico della Lettera ai Romani. 


Considerata la complessità e la divergenza di opinioni al riguardo, Jensen vi entra in punta di piedi, ma con alcuni punti fermi: “Gesù è il Signore” è (anche) una dichiarazione politica che orienta il comportamento cristiano. Il fatto che Gesù sia il Signore che si è sacrificato imprime all’impegno cristiano in politica il tratto del servizio, non del dominio. Essere parte della chiesa, dunque, è un atto inevitabilmente politico. In che senso?


Nel corpo centrale del libro, l’Autore parte dal contesto della Lettera ai Romani in cui lo scontro di lealtà a Cristo e a Cesare si manifesta in tutta la sua drammaticità: a chi “sacrificare” il proprio corpo e, per estensione, la propria vita? All’uno o all’altro? A Cristo, ovviamente (cap. 12). Ciò significa squalificare Cesare? No: il magistrato ha un’autorità delegata e limitata che va rispettata ubbidendo alle leggi e pagando le tasse (cap. 13). La chiesa, nelle sue relazioni interne, è il laboratorio del regno di Dio e specchio di uno stile di vita generoso, amorevole, ospitale e decentrato rispetto al perseguimento degli interessi personali (cap. 14).


Il volume mantiene uno stile colloquiale (è nato come una serie di conversazioni orali) e fa continui riferimenti a episodi e fatti della storia politica australiana, anglosassone o europea. E’ una lettura che aiuta a sgombrare il terreno da due possibili rischi: il minimalismo di chi crede che l’evangelo non abbia nulla a che vedere con la politica e il massimalismo di chi pensa che l’evangelo sia immediatamente traducibile in una formula politica. 


Il libro è più forte nel tratteggiare il profilo dell’impegno personale e comunitario; è reticente quando stenta a delineare un’architettura teologica delle istituzioni politiche fermandosi a dire che i cristiani non sono d’accordo sul punto (pp. 99-100). Per questo può incoraggiare a stimolare la riflessione personale circa le vocazioni politiche, ma non ha l’ambizione di toccare le questioni istituzionali e di sistema. Domanda: se non è l’evangelo a lambire e riformare le strutture politiche, basterà avere uomini e donne cristiane impegnate in politica? Per fare cosa? Solo per dare una buona testimonianza personale?