Il 2 giugno di 80 anni fa nasceva la Repubblica Italiana. Dove siamo ora?
In una biografia di una persona, ottant’anni sono un traguardo ragguardevole. Per uno Stato, sono poco più che un passaggio ancora dentro un percorso “giovanile”.
Il 2 giugno la Repubblica Italiana compirà 80 anni. Fu infatti il 2 giugno 1946 che il referendum popolare vide la vittoria della Repubblica sulla Monarchia e l’Italia (unita dal 1961 come Regno d’Italia) diventò una Repubblica.
A parlare di quell’evento e del suo significato politico-culturale è stato Umberto Gentiloni Silveri, professore di storia contemporanea alla Sapienza di Roma e autore del volumetto 2 giugno, Bologna, il Mulino 2025, in occasione dell’ultimo appuntamento dell’anno accademico di “Libri per Roma” tenuto l’11 aprile. Giunta al sesto anno, “Libri per Roma è un’iniziativa a cura dell’ICED per promuovere la cultura evangelica tramite il dialogo sui libri.
La conversazione sul libro è partita da una riflessione sull’importanza delle date. Ogni comunità (religiosa, politica, nazionale che sia) ha delle date che plasmano l’identità e che nutrono un senso di appartenenza. Ad esempio, gli evangelici guardano al 31 ottobre per ricordare il loro essere figli della Riforma protestante. Più radicalmente ancora, ogni domenica s’incontrano per celebrare la resurrezione del Signore Gesù e la vittoria della vita sulla morte.
Gentiloni ha parlato del 2 giugno come di un certificato di nascita della Repubblica Italiana a cui guardare per fissare il momento generativo della forma dello Stato italiano uscito dalla Resistenza. Quel referendum fu a suffragio universale, vedendo le donne partecipare pienamente alla decisione fondamentale sul futuro del Paese. Il clima di quell’evento fa da sfondo al giustamente celebrato film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani (2023).
Oltre a preferire la Repubblica, in quella data il popolo italiano elesse l’Assemblea costituente che avrebbe redatto la Costituzione, poi entrata in vigore nel 1948. Evidentemente si tratta di un passaggio cruciale nella storia italiana recente.
Il 2 giugno a dare indicazioni strategiche non sono pochi ricchi e maschi, né un’élite di aristocratici. La legittimazione della Repubblica è popolare: è il principio della “sovranità popolare” che trova riscontro anche nella vita politica italiana attraverso quel voto e che poi viene scolpito nella Costituzione all’articolo 1: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
Non vi è stato tempo di approfondire il concetto di “sovranità popolare”. Di fatto la sovranità viene sganciata da un ordine sacrale-monarchico e questo è un passo significativo; eppure la Repubblica sembra un’entità che precede il soggetto storico del popolo italiano che non è ancora un “noi” (come nella Costituzione americana), ma un astratto ed indistinto “popolo” che è chiamato ad esercitare sovranità all’interno di una realtà già data. Tutti questi sono passaggi non scontati e che hanno importanti ripercussioni culturali e politiche.
Gentiloni si è soffermato sulla storia delle celebrazioni del 2 giugno. Vicina com’è a quella del 25 aprile, vi sono state proposte di fonderle in un’unica ricorrenza. Poi, durante gli anni dell’austerità, la festa è stata soppressa per millantate esigenze di risparmio. L’associazione alla parata militare è stata anch’essa motivo di perplessità e freddezza. È stato con la Presidenza Ciampi che il 2 giugno è tornata ad essere festa nazionale con parata militare (anche se non muscolare), espressione del patriottismo costituzionale dentro la quale si voleva celebrarla.
In un certo senso, il 2 giugno è il termometro del patriottismo italiano e di quanto esso sia sentito nel Paese. Quanto intensa è la partecipazione? Quanto è “sentita” la festa? Certo è che, mentre il 2 giugno sembra essere una ricorrenza pacificata e trasversalmente accettata, la festa del 25 aprile (Festa della liberazione) è ancora oggetto di diverse e contrastanti letture.
La parte finale della serata, con domande dal pubblico, ha aperto lo sguardo al modo in cui le feste nazionali riflettono l’identità di una nazione. Mentre rimane relativamente saldo il riferimento al 1 maggio (festa del lavoro), la recente istituzione della festa nazionale in nome di S. Francesco (4 ottobre) indica come in Italia si vada ancora a cercare nel cattolicesimo il collante religioso unitivo. Invece di sottolineare il carattere civico, storico e plurale della nazione italiana, si preferisce pescare nell’immaginario cattolico per puntellare un’identità percepita ancora come debole. Così facendo, però, si crea ancor più confusione e fragilità. Il messaggio è che l’Italia prende dall’agenzia cattolica i valori e i simboli identitari e non li possiede in quanto nazione laica.