La bellezza salva? Valentino e Seerveld a confronto
Il 23 gennaio 2026, nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a pochi passi dai locali di Breccia di Roma e ICED, si è tenuto il funerale di Valentino Garavani, noto stilista italiano morto all’età di 93 anni. Da piccola realtà sartoriale romana, il marchio Valentino, insieme al suo iconico rosso, è diventato nome dell’alta moda nazionalmente e globalmente (ri)conosciuto grazie alle capacità imprenditoriali di Giancarlo Giammetti, storico braccio destro di Garavani.
Così, Valentino è riuscito a ritagliarsi uno spazio tra gli altri grandi della moda italiana. Iconica, infatti, è la foto davanti al Duomo di Milano del 1985, dove Garavani, posizionato al centro, è in compagnia di altri grandi stilisti come Versace, Ferré, Krizia, Fendi, Armani, Schön, Missoni e Moschino.
In occasione dei funerali, non è stata una sorpresa che la parola “bellezza” fosse ora ripetuta, ora inflazionata, ora addirittura abusata. Emblematica è stata l’omelia di Don Guerini, dove la bellezza stessa ha assunto valore salvifico, diventando la “grazia” seminata che a sua detta farà accedere Valentino alla “bellezza divina”. Sembra che il prete avesse più in mente la frase celebre di Fëdor Dostoevskij ("La bellezza salverà il mondo", L'idiota, 1869), che la pagina evangelica.
Valentino riteneva infatti che la bellezza anelata e prodotta fosse norma e parametro di tutto. Essa era il suo criterio dominante, il mezzo che eleva e perfeziona, il sentimento più alto e l’ossessione della vita: “Amo la bellezza, non è colpa mia”.
A ben pensarci, l’atteggiamento di Valentino rivela il sentimento di molti italiani. In Italia, la bellezza non è solo un aspetto tra molti, ma il fine ultimo e il codice sociale che permette di stare al mondo e goderselo. Basti pensare alla “bella figura”, modo di porsi che alimenta lo status e l’immagine positiva del sé o al desiderio di circondarsi costantemente del bello (attraverso il vestiario, la cucina, l’architettura, la compagnia), con un obiettivo fine a sé stesso che rischia di alimentare il proprio ego. Bene lo illustrano film come La dolce vita (Fellini), Il Gattopardo (Visconti) e La grande bellezza (Sorrentino), dove il bello, in quanto considerato bene ultimo, è desiderato ardentemente o mantenuto avidamente.
Per Calvin Seerveld (1930-2025), estetologo riformato, anch’egli da poco scomparso, la bellezza non è da sminuire, ma deve essere decentrata e ridimensionata. Essa non è norma, ma allusività e accenno di qualcosa di più profondo. La bellezza non è solamente armonia, gradevolezza e perfezione, ma anche mezzo che suggerisce e apre a significati stratificati, talvolta anche “brutti” da vedere, ma belli da concepire e accettare.
Per esempio, la crocifissione di Cristo è stata decisamente un evento tragico e per molti versi “brutto”, ma altresì l’opera più bella e piacevole che Dio avesse mai potuto compiere per il genere umano. O prendiamo per esempio la persona di Gesù, la quale fisicamente parlando “non aveva forma né bellezza da attirare i nostri sguardi” (Is 53,2), ma che al contempo aveva parole di vita, quindi bellezza, eterna (Gv 6,68). La bellezza non è perciò fine universale, ma anch’essa creazione-creante che dice il vero e presenta le cose come stanno (anche se spezzate e spiacevoli) per amore di Dio e del prossimo.
Se Seerveld avesse conosciuto personalmente Valentino, avrebbe sicuramente apprezzato uno stilista che non banalizzava la bellezza, che dava importanza all’artigianalità e alla creatività, e che utilizzava la sua capacità per abbellire le persone.
D’altra parte, avrebbe avuto da ridire sulla bellezza come criterio dominante, come eliminazione di tutte le stonature e soprattutto come idolo da adorare per tutta la vita, mezzo-indulgenza che dà accesso alla vita eterna. Don Guerini: la bellezza non salva e mai salverà, che essa sia quella seminata da Valentino o chicchessia.
Colui che salva è Gesù Cristo, la Persona più bella, che ha mostrato la sua grazia stupenda a peccatori perduti per mezzo del suo sacrificio. Questa è la verità che doveva essere predicata, verità ora più dura ora più bella.
P.S. Dedico questo scritto alla signora Raffaella (Dilva) Zandonella, proprietaria del negozio di antiquariato dove ho lavorato a Milano. La signora Dilva è nota per essere un’esperta e collezionista di moda. La sua collezione di vestiti d’epoca, confezionati dal 1870 al 1930, è esposta permanentemente al Castello Sforzesco.