Finito l’anno santo, il giubileo no

 
 

Le porte sante si sono chiuse, l’anno santo è finito. È tempo di bilanci per la chiesa cattolica e per la città di Roma. I numeri sono impressionanti: più di 33 milioni di “pellegrini” sono arrivati a Roma durante l’anno, spalmati su 35 grandi eventi e numerose altre iniziative collaterali (su tutti “il giubileo dei giovani”), tutti gestiti in modo concertato tra le autorità vaticane e italiane (governo, regione, comune). Dal punto di vista organizzativo, tutto o quasi ha funzionato e questo non è scontato per una città complicata come Roma.


Al di là dei bilanci statistici, economici e di ritorno d’immagine, papa Leone e mons. Fisichella, i principali esponenti dell’anno santo cattolico, hanno anche tracciato un bilancio “spirituale”, per così dire. Hanno parlato di semi di speranza gettati, di cultura della pace e dell’incontro tra i popoli, di esperienze di dialogo, ecc.; tutte parole d’ordine del cattolicesimo post-conciliare che hanno trovato ulteriore cassa di risonanza nell’anno santo.


C’è forse un dato che non è stato notato e che invece è stato dominante: la distanza, il gap, tra il linguaggio tradizionale dell’anno santo e il messaggio trasversale di questo anno santo. 


Mi spiego: lo sfondo di partenza della narrazione cattolica del 2025 ha richiamato le distorsioni diffuse nel mondo contemporaneo: guerre, conflitti, ingiustizie, scompensi ambientali, … Questa è stata la cornice da cui l’anno santo ha tratto le mosse per instillare un messaggio di speranza nella buona volontà dei singoli e dei popoli di creare le condizioni per una vita migliore.

Dio è stato invocato e le pratiche associate all’evento cattolico hanno accompagnato tale invocazioni per rendere questo auspicio possibile. Il “vangelo” dell’anno santo era rivestito di parole evangeliche, ma senza mettere in discussione nulla. Solo appelli alla buona volontà.


Il vocabolario tradizionale dell’anno santo (indulgenze, penitenza, tesoro dei meriti, …) è stato tenuto sottotraccia. Mentre i pellegrini affollavano Roma e si spostavano da una basilica all’altra, sotto l’egida del giubileo, era questo messaggio umanistico di fratellanza universale e di appello alla buona volontà di tutti a prevalere.


Il peccato personale ha ricevuto un’attenzione residuale, quasi impercettibile. L’opera della croce è stata sacramentalizzata e traslata nella partecipazione ai riti della chiesa. La penitenza è stata sentimentalizzata e trasferita in un atto di consapevolezza dei propri limiti e difetti (ma chi non ne ha? E poi: è la società che è ingiusta ed è da lì che si deve partire per risolvere i problemi). Insomma: l’anno santo cattolico è stato una grandiosa operazione di auto-assoluzione sotto la regia della chiesa cattolica e condita di umanesimo religioso.

  

Il giubileo di Gesù Cristo è stato il grande assente di questo anno santo religioso. Le parole del primo sono state usate per veicolare un messaggio senza pentimento, senza conversione, senza discepolato. Più che mettere in discussione lo status quo delle nostre vite, tutti si sono sentiti rinforzati nella loro auto-percepita bontà e nei loro desideri di pace e prosperità.


Grazie a Dio, l’anno santo è finito, ma il giubileo no. L’irruzione della grazia di Dio nelle vite delle persone e delle comunità è ancora possibile alle condizioni poste dal giubileo stesso: non il pellegrinaggio alle basiliche romane, ma il pentimento del cuore; non il lucrare l’indulgenza della chiesa, ma la ricezione per fede del beneficio di Cristo ottenuto con la sua morte e resurrezione; non l’appello alla buona volontà di tutti, ma la trasformazione operata dallo Spirito Santo in vite rinnovate. Ora che le luci si sono spente sull’anno santo, è bene che si accendano sul giubileo biblico.


Un ultimo commento sulle iniziative evangeliche durante l’anno. Erano stati elaborati buoni propositi di attività comuni e azioni concertate tra le chiese evangeliche. In realtà, al di là di sporadiche iniziative di distribuzione di opuscoli e di conferenze interne dedicate, non vi è stato un sussulto evangelico, nemmeno sul piano evangelistico.

Forse le chiese evangeliche non hanno “sentito” l’occasione come propizia per imbastire qualcosa di specifico che andasse oltre la programmazione ordinaria. L’anno santo è stato percepito come troppo distante e il giubileo biblico come tema ancora non digerito. Una menzione a parte merita la mostra d’arte “Riposaterra”, curata da Linda Acunto, che ha creativamente proposto una open call offrendo ad una dozzina di artisti l’occasione di elaborare opere sul tema giubilare del riposo. La mostra è stata il fiore all’occhiello delle iniziative evangeliche dell’anno.