J.I. Packer attraverso i suoi scritti (II): sull'evangelizzazione e la sovranità di Dio
N.B. Nel 2026 ricorre il centenario della nascita di James I. Packer (1926-2020), teologo britannico che ha influenzato la spiritualità evangelica a cavallo tra la seconda metà del Novecento e i primi decenni del Duemila. Questa serie di articoli prenderà spunto dai suoi scritti pubblicati in italiano e traccerà il profilo che emerge da essi. Su Packer, Loci Communes ha già pubblicato: L. De Chirico, “Conoscere Dio. La catechesi evangelica di J.I. Packer” (18/7/2020); P. Bolognesi, “James I. Packer (1926-2020). Un tributo dall’Italia” (22/7/2020); N. Ciniello, “Invecchiare bene. Tre consigli da Jim Packer” (30/8/2024).
“La maggior parte degli evangelisti non è interessata alla teologia e la maggior parte dei teologi non è interessata all’evangelizzazione”. Con queste parole (che in realtà sono di Michael Green) inizia un importante saggio (del 1976) di Jim Packer sulla relazione tra evangelizzazione e teologia: “Cos’è l’evangelizzazione? Evangelizzazione e teologia”, Studi di teologia NS N. 1 (1989) pp. 41-60.
Il contesto immediato è quello del Congresso di Losanna per l’evangelizzazione del mondo del 1974 in cui l’evangelicalismo mondiale si era riaggregato intorno alla sfida di rilanciare la missione cristiana a livello globale. [1]
Lì si erano registrate le istanze dei missiologi e delle agenzie missionarie caratterizzate da un certo attivismo e quelle delle chiese stabilizzate forse più attente alla formazione dei quadri e all’impatto locale dell’evangelo. In un certo senso, la polarizzazione tra la missione e la formazione, tra l’evangelizzazione e la teologia, non era uno scenario lontano.
In questo saggio, Packer perora la tesi dell’integrazione delle due e della loro reciproca appartenenza. Nelle sue parole, “l’autentica teologia possiede una efficacia evangelistica” e “tutta l’autentica evangelizzazione è teologia in azione”. L’evangelizzazione è l’annuncio del messaggio su Dio, sul peccato, sulla persona e l’opera di Cristo chiamando alla fede, al pentimento e al discepolato. Come la teologia potrebbe essere insensibile o lontana da tutto ciò? Sarebbe una teologia snaturata e morta. D’altra parte, proprio perché l’evangelizzazione è la buona notizia biblica, essa non può che essere teologica cioè informata dalla Scrittura e sottomessa alla Parola di Dio, pena lo svilimento in qualche messaggio di auto-aiuto che serve a poco.
Il teologo inglese si cimenta con l’evangelizzazione anche nel suo libro Evangelizzazione e sovranità di Dio, Finale Ligure (SV), EP Edizioni 1978. Qui egli affronta uno dei temi discussi nelle chiese evangeliche si può dire da sempre, con linguaggi ed enfasi diverse: dalla controversia tra Agostino e Pelagio, a quella tra Lutero ed Erasmo, per giungere a quella tra i rimostranti (arminiani) e i gomaristi (calvinisti), sino ad arrivare alla discussione tra John Wesley e George Whitefield. Se Dio è sovrano, perché evangelizzare? Oppure, detta in un altro modo: se evangelizziamo, in che senso Dio è sovrano?
Per trattare la questione, Packer ricorre ad una categoria discutibile: quella dell’antinomia. In logica, l’antinomia è una contraddizione tra due proposizioni ugualmente ragionevoli. Ora, mentre noi possiamo percepire la relazione come conflittuale, l’antinomia vale per Dio? Siamo sicuri che Dio agisce in modo antinomico? Non sono i suoi piani perfetti e le sue vie giuste, come dicono i Salmi? Vero è che Packer quasi si corregge e aggiunge che l’antinomia è solo “apparente” perché in realtà sovranità divina ed evangelizzazione non lo sono. La domanda allora è: che senso ha parlare di antinomia se poi la si deve qualificare al punto da negarne il significato di partenza?
Qui Packer avrebbe potuto essere più rigoroso, qualità teologica che non gli è mancata in molti ambiti della sua opera. Non si tratta di antinomia, ma di limiti nostri di comprensione del piano di Dio. Se noi siamo limitati nel capire come l’azione di Dio e la nostra responsabilità interagiscono, non proiettiamo su Dio la nostra incapacità di andare a fondo dicendo che si tratta di una contraddizione, ma celebriamo la sua opera che è giusta in tutto (tutto!) quello che Lui fa.
In realtà, è proprio questo che Packer fa nel libro. Nonostante il riferimento improprio all’antinomia, Packer difende con abilità la visione secondo cui la sovranità di Dio non impatta il nostro dovere di evangelizzare, né la genuinità dell’invito evangelico; inoltre, essa non pregiudica la responsabilità del peccatore, anzi è l’unica speranza di successo nell’evangelizzazione. La sovranità di Dio è il miglior incoraggiamento all’audacia e alla pazienza nella testimonianza.
Quello a cui Packer dà voce è il pensiero evangelico classico secondo cui riconoscere Dio in quanto il Dio perfetto nella sua onniscienza ed onnipotenza significa anche accettare che la nostra comprensione dei suoi piani è limitata. Se la Bibbia ci dice che Dio è sovrano sulla salvezza e che noi dobbiamo evangelizzare, non è il ricorso all’antinomia che aiuta né tanto meno alla contestazione di Dio: quello che conta è ringraziare Dio per la grazia ricevuta e testimoniarla agli altri con integrità ed urgenza, lasciando agli speculatori di perdere il loro tempo nel giocare a fare Dio (senza riuscirci).
(continua)
[1]: Packer avrebbe partecipato al Secondo Congresso di Losanna per l’evangelizzazione del mondo (Losanna II) che si tenne a Manila nel 1989.
Della stessa serie:
“J.I. Packer attraverso i suoi scritti (I): sulla Scrittura” (25/3/2026)