Laboratorio della predicazione (IV). Predicare come minoranza, ma con la visione della Shalom
Come facciamo a predicare da minoranza? Come possiamo essere fedeli ed efficaci in un’Italia post-secolare e ancora intrisa di cultura cattolica? Forse è questa una delle domande più grandi che ci portiamo a casa al termine del Laboratorio della predicazione tenutosi all’IFED di Padova dal 9 all’11 luglio.
La sessione guidata da Giuseppe Rizza è stata la sfidante conclusione di un percorso fatto di sessioni, studio e confronti con oltre quaranta uomini provenienti da diverse parti d’Italia e da differenti chiese evangeliche.
Esiste un forte dualismo nella nostra nazione. L’Italia è un Paese profondamente segnato da tradizioni cattoliche, ma caratterizzato da una partecipazione religiosa sempre più debole.
L’immagine è quasi paradossale. Da una parte, le feste dei santi patroni continuano a riempire le piazze. Interi paesi si ritrovano, le processioni attraversano le strade, i fuochi d’artificio chiudono celebrazioni che fanno sentire una comunità unita attorno alla propria identità religiosa. Dall’altra, in un qualsiasi pomeriggio d’estate, le chiese cattoliche ospitano poche persone raccolte per la messa, con un’età media che spesso supera i settant’anni.
Due fotografie della stessa Italia: una religiosamente tradizionale, l’altra spiritualmente sempre più distante. È come se gli italiani fossero stati “vaccinati” con piccole dosi di Vangelo, sufficienti a renderli immuni alla Parola di Dio.
Accanto a questo quadro tradizionalista si aggiunge un’altra realtà: un’accelerazione continua del ritmo della vita. Viviamo in quella che Rizza ha definito una “immobilità frenetica”: cresce il disagio mentale, aumentano burnout e senso di smarrimento. Siamo costantemente chiamati a reinventarci, a cambiare, quasi fosse l’unico modo per restare al passo con ciò che ci circonda. L’equilibrio tra vita privata e lavoro diventa sempre più fragile, mentre il tempo libero sembra restringersi giorno dopo giorno.
Un quadro tutt’altro che semplice. Eppure, proprio in mezzo a questo disordine, possiamo agire attraverso la predicazione. Dal pulpito e nella vita della chiesa possiamo annunciare, mediante la Parola di Dio e l’opera dello Spirito Santo, la Shalom. Non una parola vuota o inflazionata, ma un concetto immensamente più ricco che contiene armonia, integrità, completezza, benessere. Più della semplice assenza di conflitti, la Shalom biblica è uno stato di pienezza, di prosperità interiore e relazionale.
Abbiamo il compito e la responsabilità di annunciare la Shalom. Non un programma a cui aderire, ma un attributo stesso di Dio. «Il Signore ti benedica e ti protegga! Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti sia propizio! Il Signore rivolga verso di te il suo volto e ti dia la pace!» (Numeri 6,24-26).
È un’immagine straordinaria. La Shalom nasce dal volto di Dio rivolto verso il suo popolo. Così come un bambino cerca il volto della madre, anche noi abbiamo bisogno di uno sguardo che approva, che accoglie, che dona sicurezza.
La citazione da Numeri ci ricorda che il volto capace di trasmettere questa pace è uno solo. Non è il nostro, né quello di qualcun altro. È il volto di Dio, un volto che non dobbiamo conquistare, perché è stato conquistato per noi attraverso la croce. È il volto della riconciliazione.
Il nostro compito non si limita a mostrare il volto di Cristo. Siamo chiamati a essere araldi, coloro che annunciano una vittoria conquistata altrove. Il predicatore non è un mediatore, non è un consulente. È colui che corre per proclamare una buona notizia: Dio regna, la pace è stata resa possibile e la Shalom è disponibile.
La pace di Dio è restaurazione. Non esiste una pace che prescinda dalla giustificazione ottenuta tramite la croce. Non esiste una pace che non sia passata attraverso il sangue di Cristo. Prima di donarci la sua pace, Dio ha restaurato ciò che il peccato aveva distrutto, pagando in Gesù Cristo il prezzo della nostra riconciliazione. La vera pace non nasce dall’assenza del conflitto, ma dalla presenza del Signore morto e risorto. È il frutto di una relazione restaurata con Dio.
Nel 2026 abbiamo bisogno di annunciatori di Shalom. In un mondo accelerato, in un’Italia culturalmente cattolica ma spiritualmente disorientata, abbiamo bisogno di araldi che consumino le suole delle loro scarpe per annunciare la vittoria di Dio.
Non siamo chiamati a restaurare una cristianità perduta. Non siamo chiamati a rifugiarci in un ghetto impeccabile ma irrilevante per il mondo. Siamo chiamati ad annunciare la pace di Dio. Possiamo essere un una minoranza che raggiunge un’Italia post-secolare che può essere guarita dalla pace completa, perfetta e riconciliatrice di Dio.
Della stessa serie:
“Laboratorio della predicazione (I). In ascolto di Pierre Marcel” (13/7/2026)
“Laboratorio della predicazione (II). Predicare Dio secondo Dio” (14/7/2026)
“Laboratorio della predicazione (III). Leggere Rut, scoprire Cristo” (17/7/2026)